martedì 11 ottobre 2022

 

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Il racconto e la narrazione costituiscono una vera e propria predicazione delle «opere» di Dio. Come Israele, anche noi continuiamo a narrare le «meraviglie» di Dio alle generazioni che vengono, perché «nessuno dimentichi» Dio per volgersi agli idoli. Chi corre dietro al nulla, diviene egli stesso un nulla (Ger. 2,5). Come fare memoria, con tutto il cuore, ai nostri bimbi delle «opere» di Dio? Come appassionarci insieme a questa lettura?

La memoria sembra un mezzo così… vacillante. Eppure la Bibbia ci prescrive, senza esitazioni, di ricordare. Anzi, ci viene imposto di «non dimenticare».

In Israele la memoria è diventata essenziale per la fede in Dio e, in definitiva, per la sua stessa esistenza. Soltanto presso Israele, e non altrove, l'ingiunzione a ricordare è sentita come comandamento religioso per un intero popolo. Nel Deuteronomio questo richiamo ritorna con insistenza martellante.

Come mai questo continuo invito a ricordare? Non certo perché Israele diventi un popolo di storici o perché abbia l'ossessione di ricordare tutto il passato, tutti i fatti del passato.

Anzi, a Israele interessa un ricordare selettivo, una memoria che selezioni. Quel che va ricordato è l'intervento liberatore di Dio nella storia..., non eventuali gesta eroiche nazionali. Bisogna ricordare, attivare la memoria, per prendere coscienza che Dio agisce ancora oggi o saperlo vedere con gli occhi della fede.

Ma... è così frequente l'invito a «non dimenticare» che... evidentemente gli... «smemorati» erano già molti allora! E  Israele, specialmente attraverso la voce dei profeti, ci mette sull'attenti!

Quando poi si sta benino e c’è pane e persino companatico, è proprio il momento in cui diventa facile dimenticare. Gli agi ci siedono e addormentano la nostra memoria. La stagione della dimenticanza è cosi individuata nel quinto libro della Bibbia: «...Quando avrai la terra..., le città grandi e belle... e case piene di tutti i beni e vigneti e uliveti e potrai mangiare a sazietà, proprio allora dovrai fare attenzione a non dimenticare il Signore» (Deut. 6,10-12).

Ecco perché anche oggi narriamo le «opere» di Dio. Per attivare la memoria, per stimolare il cuore, per farci una memoria non solo intellettualistica ma amante. Ricordare nella Bibbia non è una funzione che riguarda il cervello, ma il cuore prima di tutto.

Gesù, allevato a questa memoria, lo ha detto nella cena con i discepoli e anche oggi noi lo ripetiamo: «Fate questo in memoria di me».

Ci raduniamo a celebrare in comunità per aiutare gli uni la memoria degli altri e per essere, nel mondo, una memoria in mezzo a gente che, come noi, è spesso smemorata. La memoria biblica è vitalizzante, risveglia, è sovversiva. Per il credente il “ricordo” diventa racconto.

Raccontare... che cosa? Una «cosa» molto precisa eppure assolutamente ‘indescrivibile’: che Dio salva! Sì, noi non siamo aggrappati al filo delle nostre illusioni, all’orizzonte delle nostre proiezioni, al tessuto ‘ambivalente’ dei nostri desideri o alla funicella delle nostre diverse teologie.

A noi interessa dire pacatamente ed appassionatamente, nella scia poetica dell'aggadah, che crediamo nel Dio di Gesù e nel Dio di tutti gli uomini e le donne, nel Dio che salva, che dà senso e prospettiva alle nostre vite. Egli è il Dio che tiene in mano, pur 'giocando' a nascondersi, la vita e la storia. I nostri racconti hanno la presunzione di parlare di Lui!

Certamente in noi si trovano anche illusioni, proiezioni e mille matasse contorte, ma questa lucida consapevolezza ci rende ancor più coscienti che il dono della fede ci raggiunge nel nostro esistere concreto.

Raccontare la presenza e l’azione di Dio è una impresa che non possiamo affrontare se non «nel nome di Gesù».

Sarà molto utile la lettura di YOSEF HAYIM YERUSHALMI, Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, Pratiche Editrice, Parma 1983. Così pure L. ALONSO SCHŐKEL-J. L. SIERE DIAZ, I Profeti, Borla, Roma 1984.

 

 

 

 

Nei racconti di miracolo, specialmente negli esorcismi (le cacciate dei demoni), si parla di ‘demoni’, di «Satana», di «diavolo» e di «spiriti immondi». Sembra pacifico che l'esistenza di angeli e demoni non fa parte della sostanza della fede biblica. Satana non è necessariamente un'esistenza personale, ma il simbolo e la cifra per designare il male con tutto il suo insondabile mistero e il suo fascino incantatore. «La fede cristiana, abbandonando il diavolo inteso come entità personale, nulla perde, e anzi ha tutto da guadagnare. L'annuncio dell'evangelo che dalla presenza ossessiva del diavolo viene deformato in un annuncio minaccioso, riacquista il suo volto originario di lieto annuncio in tutto il suo peso» (H. Haag).

Per conoscere dettagliatamente le più attuali ricerche sulla origine della credenza nel diavolo, quale senso ha il linguaggio biblico in cui ripetutamente si parla del diavolo e di Satana, come possono essere interpretate oggi le allusioni al demonio e agli spiriti immondi che si trovano nel Nuovo Testamento, è utilissimo il volume dello studioso HERBERT HAAG, La credenza nel diavolo, Mondadori, Milano 1976. Così pure si veda AA. VV., Angeli e diavoli, Queriniana, Brescia 1972. Alcuni studi interessanti si trovano ancora in Satana-i demoni sono dei 'niente', in Concilium 3/1975, Queriniana, Brescia. Ciò che non può essere, in ogni caso, eliminato è il problema del male che oggi si ripropone da ogni parte in modo evidente.

Il lettore noterà come, specialmente in questi ultimi anni di intensa restaurazione, si verifichi una riaffermazione della esistenza personale del diavolo da parte della gerarchia. Ma si tratta di opinabili punti di vista che non possono impegnare la coscienza del credente. «La presenza del diavolo e dei demoni non presenta alcunché di specificatamente biblico; essa è una componente di una visione del mondo che la Bibbia condivide con il proprio ambiente, una concezione del mondo che potremmo senz'altro qualificare come di tipo mitologico. A quel tempo la si presupponeva come un dato più o meno ovvio. Ed è questo il motivo per cui l'esistenza del diavolo e dei demoni, sia nella Bibbia che nella Tradizione successiva, fu più presupposta che formalmente insegnata... In ogni caso oggi non possiamo più sostenere la concezione teologica tradizionale del diavolo che si limitava semplicemente a citare, secondo il vecchio metodo fondamentalistico delle concordanze, tutta una serie di passi biblici e dichiarazioni magisteriali sul diavolo, senza analizzare il genere letterario, il contesto storico-religioso e l'intenzione assertiva di questi testi» (WALTER KASPER, Diavolo-demoni-possessione, Queriniana, Brescia 1983. pag. 63). In questa luce sarà importante anche per i bambini appropriarsi, sia pure lentamente, della distinzione tra linguaggio e messaggio. È probabile che esista un meliorismo borghese che fa di tutto per non prendere il male sul serio. Ma è proprio vero che la presenza del diavolo tiene viva la sensibilità umana al male? La ragione e la fede possono benissimo fare i conti con la realtà spessissima e visibilissima del male e dei mali senza ammettere la esistenza ‘personale’ di Satana. Per questo ci è sembrato gratuito, non sufficientemente motivato il rimprovero, anzi il giudizio che Italo Mancini rivolge a Karl Rahner per la seguente affermazione: «Di fronte alla serietà della storia della salvezza sarebbe segno di poco rigore teologico vedere nel diavolo e nei demoni una specie di spiriti o di fantasmi aggirantesi per il mondo. Molto più esatto è ritenere che si tratti proprio di potenze del mondo, in quanto questo mondo è ripudio di Dio e tentazione per l’uomo» (K. RAHNER - H. VORGRIMLER, Dizionario di teologia, Herder-Morcelliana, Brescia 1968, pag. 181). Come si può dire che in tal modo «al mistero non è concesso più nulla» (I. MANCINI in LESZEK KOLAKOWKI, La Chiave del Cielo - Conversazioni con il diavolo, Queriniana, Brescia 1982, pag. 43)? È possibilissimo prendere congedo dal diavolo senza per questo cadere nel grave errore di sottovalutare la realtà del male e del peccato. Non è forse così difficile prendere congedo dal demonio, ma è importante che i bimbi sappiano che non c'è nessun angelo custode alle spalle e nessun diavoletto a tentarci! Siamo noi che, fiduciosi nel Dio che è amore e perdono, un passo dopo l'altro ci prendiamo le nostre responsabilità. «Dio esige tutta la volontà dell'uomo e non pratica sconti» (R. BULTMANN, Teologia del Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia 1985, pag. 23), ma egli lo fa chiamandoci, invitandoci, crescendoci nella responsabilità.

Non c’è proprio bisogno di nessuna tutela angelica. La dimensione di fede ci parla, invece, dell’amore di Dio che ci sostiene, della sua parola che è luce per il nostro cammino e del suo Spirito che ci sospinge. Per motivazioni bibliche e teologiche nella nostra comunità, dunque, è caduta completamente sia la credenza nel diavolo sia la preghiera all’angelo di Dio perché essa, nel nostro orizzonte di fede, sarebbe incomprensibile.

 

(continua)