sabato 17 gennaio 2026

da Domani del 12/01/2026

Per essere davvero <<great>> all’America serve l’Europa  

di Lorenzo Castellani

Nonostante le sbuffate brutali di Donald Trump la relazione tra Stati Uniti e paesi europei è ancora necessaria. Di fronte, però, alle minacce del presidente populista sulla Groenlandia è bene ragionare sul perché sia ancora necessaria e perché determinare una relazione troppo sbilanciata a favore di Washington sia potenzialmente un danno per entrambe le parti.

Non solo potenza militare

L’egemonia americana non vive solo di potenza militare. Vive di permessi: di usare cieli, basi, porti, radar e cavi posati in territori altrui. In una parola. Di accesso. E’ un accesso conquistato con superiorità militare e finanziaria, ma anche con la capacità di fare alleanze e di esercitare un’egemonia politica sugli alleati.

Senza quell’accesso, gli Stati Uniti tornerebbero a essere una grande potenza continentale, incapace di incidere su crisi lontane, comprese quelle che si giocano nello spazio euro-mediterraneo.

Per questo la retorica della “rottura totale” tra le due sponde atlantiche è ingannevole. Washington può minacciare tagli alla Nato, aumentare la pressione sugli alleati, denunciare gli squilibri commerciali; ma non dispone di un modello di potenza globale senza l'Europa e senza la rete dei suoi partner occidentali. Non è solo una questione di “valori condivisi”: è una questione di geografia e di logistica strategica.

Negli ultimi ottant'anni la forza americana si è espressa proprio attraverso infrastrutture collocate in paesi alleati. La guerra del Golfo del 1991 lo mostrò chiaramente: i bombardieri statunitensi partirono da basi in  Arabia Saudita, Qatar, Omar, Emirati e Turchia, con il Canale di Suez aperto alle portaerei.

Gli alleati offrirono una quota minoritaria di missioni ma misero a disposizione il proprio territorio, consentendo una concentrazione di potenza a migliaia di chilometri da casa. Stesso copione nei Balcani nel 1999: le missioni decisive sul Kosovo decollarono da basi in Italia, Germania e Grecia.

Il dato che conta non è quante bombe caddero, ma che l’Europa garantì lo spazio sovrano necessario a un’operazione che nessun paese Ue avrebbe potuto condurre da solo.

Interdipendenza strategica

Esiste poi la dimensione invisibile dell’intelligence. Dal dopo-guerra, gli Stati Uniti hanno tessuto una rete di stazioni di ascolto, sensori, radar, basi aeree e satellitari, quasi tutte ospitate da alleati. Installazioni in Turchia per captare segnali sovietici, siti in Groenlandia per il monitoraggio, nodi in Giappone, Australia e Thailandia: un mosaico di potere informativo che dipende da decisioni politiche prese in capitali amiche. Senza quella rete, la deterrenza americana perderebbe precisione, tempi di reazione e credibilità.

Tutto questo riguarda direttamente l’Europa. In un mondo in cui Russia, Cina e altre potenze revisioniste mettono alla prova la solidità dell'ordine occidentale, gli europei hanno bisogno della capacità americana di proiezione rapida sul fianco orientale, nel Mediterraneo e nel cyberspazio. Gli Stati Uniti, a loro volta, necessitano di basi e infrastrutture europee per restare potenza globale senza affondare nei costi. E’ una relazione di interdipendenza strategica, che andrebbe gestita come tale, non come una dipendenza unilaterale.

America ostile?

La linea dura di Trump su dazi e difesa ha rafforzato in Europa l'idea di un'America ostile, quasi un competitor. Eppure i fatti raccontano altro: anche questa amministrazione, mentre eleva la retorica, spinge gli alleati a investire di più proprio per preservare un ordine di cui continua ad aver bisogno. Chiede più soldi, ma non chiude le basi. Mette in discussione impegni, ma non rinuncia alla logica dell’accesso. 

Immaginare un'America che si disinteressa davvero dell'Europa significa immaginare un'America che accetta di ridurre radicalmente la propria capacità d’intervento globale. Significherebbe rinunciare a usare il continente come piattaforma verso il Medio Oriente, il Nord Africa, il mar Nero, il Caucaso. Significherebbe, in definitiva, accettare che altri - Russia, Cina, potenze regionali - riempiano il vuoto lasciato da Stati Uniti e Ue.

Per gli europei, la domanda non è se il nuovo regime americano sia buono - non lo è - ma se l'alternativa sia migliore. Un mondo in cui Washington viene spinta al ritiro non sarebbe un mondo di “sovranità ritrovata”, ma un mondo in cui l'Europa scoprirebbe di essere geograficamente esposta, politicamente divisa, strategicamente sola.