sabato 17 gennaio 2026

da Il Manifesto del 15/01/2026

<<Il governo esulta ma l’economia non cresce con le spese militari>>

di Luciana Cimino


«Non mi rallegro per i dati sull’occupazione e nemmeno il governo dovrebbe»: Marcella Corsi, ordinaria di Economia politica presso l’università La Sapienza di Roma, tra le fondatrici della rivista inGenere.it e presidente della International association for feminist economics (Iaffe), analizza i dati sull’economia italiana a partire dalla conferenza stampa di inizio anno della presidente del consiglio Giorgia Meloni. Nel racconto della premier, l’Italia è economicamente stabile, con gli indicatori in ripresa, la crisi di settori importanti colpa dell’Ue.

Questa descrizione corrisponde alla situazione del Paese?
Una premessa: viviamo una crisi multipla con effetti devastanti sul piano occupazionale. La crisi del 2008 aveva colpito soprattutto l’occupazione maschile, perché nasceva nel settore abitativo e nei mutui. Le donne spesso sono diventate le uniche a portare un reddito in famiglia con lavori a bassa qualifica, malpagati, fragili dal punto di vista contrattuale. La crisi pandemica del 2019 ha stroncato l’occupazione proprio in quei settori in cui erano concentrate le donne. Ora ci troviamo di fronte a uno scarso recupero dell’occupazione maschile e a una lenta ripresa in settori ad alta concentrazione femminile, come il commercio o l’abbigliamento, perché la pandemia ha messo in crisi soprattutto i consumi. Quindi a una crisi sistemica legata alla carenza di investimenti si è aggiunta quella legata alla carenza di consumi. Una situazione di grande difficoltà che non riguarda solo l’Italia ma tutto il resto del mondo, salvo rarissime eccezioni, come la Cina, che però si è concentrata solo sugli investimenti.

Come se ne esce?
Con delle riforme strutturali importanti. Per esempio, restituendo allo Stato un ruolo fondamentale di protezione del lavoro. Se il settore privato non riesce a creare occupazione e soprattutto non riesce a creare lavoro di qualità, protetto e con salari decenti, dovrebbe essere lo Stato a intervenire in modo rigoroso. Un grande economista del passato, Hyman Minsky, parlava dello stato come employer of last resort. Le sue teorie sono valide anche oggi, a mio modo di vedere.

Il governo Meloni è su questa strada?
Ovviamente no. Temo che non abbia neanche utilizzato al meglio i fondi del Pnrr. È presto per fare un bilancio perché gli effetti del piano finiranno nel 2026 e poi bisognerà aspettare almeno uno o due anni per la valutazione di impatto. Ma da quello che si vede non sembra che ci sia stata una spinta propulsiva così importante; la spesa straordinaria sembra avere favorito più la resilienza che la ripresa.

La premier non ha mai fatto riferimento alla povertà durante la conferenza stampa.
L’impoverimento delle famiglie italiane è reale, è un po’ l’effetto complessivo di quei fenomeni che citavamo sopra. Ce lo indicano Caritas, Istat, Oxfam: chi non lo vuole vedere lo fa per motivi politici, non perché i dati non siano chiari.

Meloni esulta perché il numero dei disoccupati secondo l’Istat sarebbe sceso al minimo storico e sarebbero cresciute le donne con un impiego.
Quei dati sono veri ma spesso citati male. L’occupazione femminile in Italia resta sempre più bassa della media Ue, i tassi di inattività non migliorano, quindi direi che ci si premia senza motivo. A crescere sono i lavori di bassa qualità, tipicamente femminilizzati cioè che riguardano non solo le donne ma soggetti vulnerabili come i migranti e i giovani. Si tratta di una segregazione occupazionale in determinati settori a bassi salari e caratterizzati da precarietà. Questa situazione non mi rallegra affatto e non credo che il governo dovrebbe rallegrarsene.

Quali sono i nodi da sciogliere?
L’assenza di investimenti strutturali da un lato, e la mancanza dell’impulso dello Stato nella creazione di welfare e di occupazione di qualità. Annaspiamo nel tentativo di rimanere a galla e non vedo migliorie all’orizzonte.

A cosa è dovuto il suo pessimismo?
Metto in fila: una manovra tra le più basse della nostra storia. Se è vero che abbiamo avuto un qualche segnale di allentamento sul piano della sostenibilità del disavanzo e del debito, questo è funzionale principalmente alla crescita della spesa militare, una spesa che non crea sviluppo, non garantisce una ripresa generalizzata dell’occupazione perché coinvolge solo alcune realtà regionali e determinate manifatture. Tutto questo mentre si impoveriscono ulteriormente i servizi essenziali, come l’istruzione, la sanità, la ricerca e, a livello internazionale, aumentano le guerre.

Non esiste un’alternativa?
C’è bisogno di adottare un paradigma economico differente: noi economiste femministe parliamo di ‘rivoluzione della cura’ intesa in primis come ‘preoccuparsi per il mondo’, ovvero un modo diverso di concepire le relazioni tra gli agenti economici, alternativo al mercato e in grado di garantire il benessere per tutti e tutte. Sembra utopistico ma diverse pratiche in giro per il mondo hanno dimostrato che così non è.