da Domani del 20/01/2026
L’Ue deve cambiare, adesso.
Ma c’è un ostacolo: Meloni
di Emanuele Felice
All’Unione europea spetta oggi un compito storico: difendere lo stato di diritto, sostenere le istituzioni internazionali, promuovere il libero commercio contro il protezionismo; magari portare avanti l’ideale di una globalizzazione “dal volto umano”, fondata sulla lotta alle disuguaglianze, la tutela dell’ambiente, il rifiuto della forza. Ma per riuscire in questa impresa la nostra Unione deve cambiare. Deve avviare subito un processo profondo di trasformazione delle sue istituzioni, verso il traguardo di un’Europa federale. E superare così il suo attuale assetto inefficiente, fondato sul diritto di veto di ogni singolo governo in molte materie cruciali, che le impedisce di attuare politiche incisive e di avere una voce autorevole del mondo. E che per questa via alimenta il discredito verso questa grande costruzione della storia umana, pur con tutte le sue imperfezioni, l’Unione europea.
Questo è il tema di fondo, perlomeno nell'angolo di mondo in cui ci è toccato (per fortuna) di vivere. Ed è la questione centrale su cui va interrogata la nostra politica: la riforma dell’Europa. Come pensiamo di uscire da questa situazione, cioè dalla debolezza e dal declino del nostro continente? Che cosa proponiamo? La risposta a questa domanda segna lo spartiacque, il metro su cui andranno e vanno valutate le attuali classi dirigenti. Quelle di tutta Europa, certo. E innanzitutto quelle dell’Italia.
Sulla via della riforma dell’Unione, il principale ostacolo è infatti oggi il governo guidato da Meloni. Non l’unico, va riconosciuto (le responsabilità nel continente sono diffuse). Ma il più pesante. Perché l’Italia è un grande paese fondatore dell’Unione. Perché la nostra premier si discosta troppo spesso dagli altri leader europei, per compiacere a Trump, o per <<mediare>> dove occorrerebbe fermezza. E poi perché Meloni si oppone con convinzione alla riforma principale dell’Europa, il superamento del diritto di veto. Come si oppone a ogni passo in direzione di una maggiore coesione. Meloni sostiene che, in questo modo, difende l’interesse nazionale. E si fa capofila di una nuova, estrema destra europea che ha abbandonato l’euro-scetticismo per abbracciare il cosiddetto “euro-realismo”: lasciare l’Europa così com’è. Una postura che però fa il gioco di Trump; e non sventa il rischio di disgregazione dell’Unione, qualora l’estrema destra andasse al potere anche in Francia o in Germania.
Ma perfino nello scenario più ottimistico, il nostro interesse nazionale non è certo rimanere "autonomi" all'interno di un'Europa impotente, vocata al declino. Ma diventare protagonisti del cambiamento dell'Europa, come nelle epoche migliori della nostra storia. Per intenderci: noi abbiamo bisogno di un’Unione europea con una propria capacità di spesa, attraverso debito comune e tassazione progressiva: per investire nella lotta alle diseguaglianze, nell’innovazione, nell’ambiente; e anche nella difesa e sicurezza comuni, risparmiando così sulle spese nazionali e rendendoci, nel contempo, veramente autonomi (ad esempio attraverso una politica industriale e di ricerca europea che vada dallo spazio all’automazione, ai big data). Tutto questo si può fare soltanto con un’Europa più integrata e coesa, idealmente federale. Ed è pienamente nell'interesse dell’Italia. E’ su questa alternativa che si misura la sfida fra la destra al governo, immobilista e in sostanza filo-trumpiana, e la coalizione di centro sinistra: qui a cominciare dal Partito democratico (ma con accenti diversi anche nelle altre forze) prevale di gran lunga la spinta per riformare l'Europa, nella direzione auspicata. Da una parte abbiamo quindi la conservazione, che porta, sta già portando, al vassallaggio nazionale e al declino. Dall’altra il cambiamento, per rafforzare l'Europa e con essa l’Italia. Al di là del chiacchiericcio da talk show, questo è il punto dirimente. Anzi, molto più che in Francia o in Germania, è proprio in Italia che la differenza fra le tue strade risulta chiara. E andrebbe posta al centro della battaglia politica.