sabato 7 marzo 2026

8 MARZO - FESTA DELLA DONNA


da Rocca del 06/03/2026

Donne oggi, contraddizioni ed evoluzioni

di Rosella De Leonibus


Sempre giovane, mi raccomando, ma matura, saggia e affidabile. Madre esemplare, ma professionista ambiziosa. Ammiccante e sexy, ma seria e fedele. Magra e in forma, ma zero tempo per sé. Leader determinata, ma umile con gli uomini. Sovraccarica di responsabilità, ma serena e allegra. Cuoca e caregiver, ma trendy e alla moda. Superlaureata, ma con uno stipendio sottodimensionato. Vivace e propositiva, ma pronta a lasciare l’ultima parola agli uomini. Competente, ma silenziosa. Accudente ma autonoma. Buon reddito, ma gestione del denaro affidata al partner. Mai stanca, ma in perenne multitasking, h24, 7/7, 365/365.

La realtà quotidiana delle donne oggi, specialmente in Italia, è segnata da profonde contraddizioni tra evoluzione socioculturale e persistenti squilibri lavorativi e familiari. Queste tensioni emergono chiaramente dai dati recenti: un contesto di conquiste parziali mentre permangono barriere strutturali dure a cedere, aggravate da servizi insufficienti e stereotipi culturali profondamente radicati.

Progressi culturali e disparità lavorative. 

Le donne italiane studiano di più e si laureano in percentuali superiori rispetto agli uomini, con un tasso di occupazione femminile in lieve crescita (53,4% nel 2025). Tuttavia, questo alto livello di preparazione non si traduce automaticamente in opportunità professionali adeguate. Il tasso di inattività femminile in Italia tra i 15 e i 64 anni raggiunge il 42,3%, contro il 24,3% degli uomini, mentre il gender pay gap posiziona l’Italia all’ultimo posto in Unione Europea. Molte donne ricorrono al part-time involontario o escono dal mercato del lavoro per motivi familiari, con 7,8 milioni di donne inattive in quella fascia d’età e disparità marcate tra Nord e Sud.

Conciliazione famiglia-lavoro e stereotipi culturali

Una donna su cinque si trova a dover scegliere tra maternità e carriera, perché mancano servizi adeguati per l’infanzia. Se scegliesse di lavorare, avrebbe comunque sulle spalle il doppio carico (lavoro retribuito più cure familiari). Questo circolo vizioso limita l’occupazione delle madri, specie al Sud, e consolida le disuguaglianze accumulate nel tempo: il 42,6% delle madri tra 25 e 45 anni esce dal mercato del lavoro; il part-time è spesso involontario e precario, e i partner contribuiscono in modo sporadico alle faccende domestiche.

La definizione sociale dei ruoli di genere contiene profonde ambivalenze: le donne devono essere ambiziose nella professione, ma anche regine della casa, e quando il lavoro diventa scarso, sono gli uomini che lo mantengono o vengono assunti, Questa situazione induce le donne ad autolimitarsi e ad accettare come “normali” una serie di discriminazioni invisibili: circa il 44% delle donne adotta comportamenti autolimitanti per ragioni familiari, contro il 20% degli uomini.

Impatti Psicologici

Il doppio carico tra lavoro retribuito e cure familiari genera un multitasking estenuante, che amplifica lo stress cronico nelle donne italiane, con effetti psicologici profondi e differenziati per generazione. Secondo dati ISTAT del 2025, il 44% delle donne riporta alti livelli di stress lavoro-famiglia, contro il 20% degli uomini. Il “carico mentale” asimmetrico erode il benessere emotivo.

Questo stress si manifesta in forme di depressione, sentimenti di frustrazione, senso di ingiustizia e burnout, dove il perfezionismo (tipico delle Millennial) diventa sempre più faticoso da perseguire perché manca il sostegno familiare e sociale.  La teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura spiega come gli stereotipi culturali modellino l’auto-efficacia delle donne in formato ridotto: fatte proprie le richieste sociali e internalizzati ruoli multipli, le donne finiscono per adottare comportamenti autolimitanti (es. rinunciando alla carriera) per preservare l’armonia familiare.

L’ambivalenza cognitiva, generata dal conflitto tra le aspirazioni professionali e i compiti domestici, produce una dissonanza emotiva cronica, aggravata dalla scarsità di servizi per l’infanzia (solo 26% di copertura al Sud). Martin Seligman, nel suo modello PERMA, evidenzia come questa dinamica finisca per minare l’engagement e le relazioni positive, aumentando la vulnerabilità a disturbi d’ansia: la Generazione Z, ad esempio, riporta FOMO (paura di essere tagliate fuori) relazionale, intrecciata a climate anxiety, mentre le Baby Boomers sono appesantite da rimpianti tardivi, con bassa resilienza emotiva.

Sovraccariche, stanche, deluse, confrontate ogni giorno con compiti molto pesanti, mal retribuite e precarizzate, eppure istruite e consapevoli del proprio valore. Questi contrasti perpetuano un circolo vizioso: lo stress cronico riduce la produttività e scoraggia l’occupazione femminile rinforzando gli stereotipi di genere che vedono le donne meno centrate e attente nel lavoro, con una bassa agentività personale (è la capacità di una persona di agire intenzionalmente, esercitare un buon controllo sulla propria vita e influenzare il mondo circostante).

Differenze Generazionali

Le contraddizioni di ruolo si manifestano diversamente tra generazioni, con l’ambivalenza emotiva che evolve da rigida internalizzazione a fluidità conflittuale, al passo con la rapidità dei cambiamenti socioculturali.

Per le donne della generazione definita Baby Boomers (1946-1964), prevale l’ambivalenza tra sacrificio familiare tradizionale e aspirazioni professionali tardive: c’è molto orgoglio per aver “fatto tutto da sole”, che però contrasta con i rimpianti per le carriere sacrificate, con una bassa tolleranza al fallimento emotivo e l’assunzione del ruolo materno in forme rigide.

Nella Generazione X (1965-1980) osserviamo la tensione tra un certo “pionierismo lavorativo” (è la prima generazione di donne che si sono laureate in massa) con il doppio carico che ne consegue: la fierezza per l’indipendenza si contrappone alla colpa per “non bastare” come madri, mentre il multitasking, non meso in discussione, genera sentimenti di rabbia repressa verso i partner assenteisti e accentua la crisi di mezza età.

Per le Millennial (1981-1996) è evidente un conflitto tra il perfezionismo desiderato e il burnout reale: desiderano un equilibrio autentico, ma il legittimo desiderio di “avere tutto” (carriera, figli, corpo in forma), si scontra con la mancanza di supporto dentro e fuori casa. Il risultato è ansia cronica e FOMO relazionale, un’alta consapevolezza di sé, affiancata alla difficoltà di prendere decisioni.

Nella generazione delle più giovani, la Generazione Z (1997-2012), l’ambivalenza assume toni fluidi e si sposta verso la performance: rifiutano gli stereotipi e i ruoli binari di genere, rifiutano la divisione tradizionale dei compiti, sono aperte anche alla gender fluidity, ma si trovano a oscillare tra l’attivismo femminista e l’auto-oggettificazione social. La vulnerabilità emotiva è elevata e il modello materno tradizionale viene già ampiamente superato.

Femminismo e ambivalenza

Il femminismo ha trasformato l’ambivalenza da conflitto interiore paralizzante a tensione dinamica e consapevole, spostando il focus dalla rassegnazione passiva alla rivendicazione attiva dei ruoli multipli e alla ridefinizione radicale dei ruoli di genere.

Si comincia negli anni ’70 con la liberazione sessuale, la rivendicazione dell’uguaglianza economica, con l’esplicitare l’ambivalenza tra l’ “angelo del focolare” e le aspirazioni personali, rompendo il silenzio sul doppio carico e la repressione della sessualità. Le donne hanno cercato di oltrepassare i sentimenti di colpa individuale per arrivare ad una critica sistemica del patriarcato.

Gli anni ’90-2000 sono gli anni del riconoscimento delle differenze, delle identità intersezionali (etnia, classe sociale, istruzione), dove l’ambivalenza diventa forza, dove la differenza diventa risorsa anziché deficit. C’era però già aria di neoliberalismo: cosa c’è di meglio di donne multitasking, produttive, mai stanche, ambiziose ma servizievoli? Che importa se questo amplificherà nuove tensioni tra la carriera e la cura?

Oggi il femminismo intersezionale e i movimenti per il contrasto alle tante forme della violenza di genere ridefiniscono l’ambivalenza come empowerment performativo: la Generazione Z ne è l’emblema, col suo rigetto di ogni forma di binarismo rigido e con il riconoscere la vulnerabilità e sviluppare una agentività condivisa, e infine con la novità dell’attivismo digitale, che canalizza i conflitti emotivi in reti solidali, contro il burnout sistemico.

Le contraddizioni di ruolo femminile hanno prodotto un’ambivalenza emotiva che il femminismo ha progressivamente ridefinito, da trappola interiorizzata si sta lavorando per trasformarla in strumento di analisi critica e in capacità di azione collettiva.

Ora tocca agli uomini procedere a passo veloce verso una ridefinizione della propria identità, verso l’uscita dagli stereotipi di genere, verso il superamento dei ruoli codificati, per incontrare le donne del futuro, che saranno intanto diventate molto più libere dalle trappole, dalle contraddizioni, dalle ambivalenze accumulate nella storia. 

Ho ucciso l’angelo del focolare.
È stata legittima difesa.
(….) Voi che appartenete a una generazione più giovane e più felice forse non capite che cosa intendo per Angelo del focolare.

Proverò a descrivervela il più brevemente possibile.
Era infinitamente comprensiva.
Era estremamente accattivante.
Era assolutamente altruista.
Eccedeva nelle difficili arti del vivere familiare.
Si sacrificava quotidianamente.
Se c’era il pollo, lei prendeva l’ala; se c’era uno spiffero, ci si sedeva davanti lei; insomma era fatta in modo da non avere mai un pensiero, mai un desiderio per sé, ma preferiva sempre capire e compatire i pensieri e i desideri degli altri….

              (Virginia Woolf)