da Tempi di Fraternità di 02/2026
Carceri dove si distruggono vite invece di ricostruirle
a cura della redazione di Ristretti Orizzonti
C’è qualcosa di sadico nel modo in cui gran parte della politica oggi rifiuta di trovare rimedi rapidi ed efficaci al sovraffollamento: sadico perché si finge di credere e far credere che una misura come la liberazione anticipata speciale, qualche manciata di giorni di libertà in più, costituirebbe un cedimento dello stato. Ma qualcuno si chiede se lo stato non stia invece cedendo là dove non garantisce condizioni di detenzione decenti? Là dove tiene le persone accatastate in letti a castello e nel frattempo calcola se ci sono i pochi metri sufficienti per non pagare multe? Là dove parla di rieducazione e poi lascia un sacco di gente ad “ammazzare il tempo” dalla mattina alla sera distruggendo ulteriormente la propria vita invece di ricostruirla? Dice Lucia Castellano, provveditrice alle carceri della Campania “Mi piacerebbe che il carcere fosse quello che Durkheim chiama ‘la pena precisa’, cioè una pena che consiste nella mancanza di libertà e basta, non anche in una afflittività, in una prepotenza, in una burocrazia così invalidante”. E invece quella burocrazia così “invalidante” continua nella sua opera distruttiva. Possibile allora che le istituzioni non possano almeno fare un provvedimento a costo zero come la liberalizzazione delle telefonate e l'ampliamento delle videochiamate? Possibile che, a fronte di questa disumanità delle galere, non si può almeno fare tutto il possibile per garantire da subito più affetti per tutti?
Quella che segue è una testimonianza di un detenuto, che torna a parlare con dolore del deserto affettivo prodotto dal carcere. E’ importante che non si smetta mai di parlarne e non si dimentichi mai che aiutare le persone detenute a salvare i loro affetti è un passo fondamentale per restare umani.
La maschera del distacco che indossano le persone detenute e i loro familiari (di Alessandro I.)
Al colloquio con i propri cari in carcere non c’è alcuna intimità, e c’è invece una serenità apparente. Le domande sono spesso forzate, si fa finta di sentirsi tutti bene: come stanno a casa? Bene, bene! E tu qui come te la passi, tutto a posto? Sì, certo, tutto a posto!
Io sono recluso da 2018, e per più di cinque anni sono stato nelle carceri inglesi, dove per ragioni di "sicurezza" non mi hanno mai autorizzato ad avere colloqui con la mia famiglia. Potevo soltanto telefonare una volta a settimana, per 10 minuti. Durante il Covid si è aggiunta anche una videochiamata a settimana, e questa per me e la mia famiglia è stata una boccata di ossigeno. Oggi mi trovo nella Casa di reclusione di Padova e sono ancora più grato, perché posso chiamare ogni giorno sempre per 10 minuti, grazie soprattutto a Ristretti Orizzonti che sulle telefonate ha fatto tante battaglie, convincendo il direttore a mantenere una chiamata al giorno anche quando è terminata l’epidemia da Covid.
Io sono di origini calabresi e mi trovo in un carcere lontano da casa, ma quando è possibile i miei cari vengono a trovarmi. A volte mia madre arriva a colloquio con un sorriso quasi isterico, mio padre invece pare oramai abituato e "sembra" non faccia più caso a dove mi trovo. Cerca di essere sempre allegro e spensierato, ma come dice sempre mia nonna non è altro che una maschera. Una maschera nulla di meglio.