Pubblico di seguito la lettera di un mio caro confratello, don Adriano, al suo vescovo
Eccellenza,
le scrivo per comunicarle con più precisione i motivi che mi hanno portato a prendere questa dolorosa decisione. Alle mie spalle c’è un lungo cammino, di cui lei ha solo intravisto l’esito. Sarà vero che lo scritto è perentorio e non dialogico, ma permette allo scrivente quella tranquillità che è necessaria per esprimere cose così delicate.
Sono sacerdote da poco, pochissimo, eppure un anno di ministero è bastato per portarmi a rivedere il mio cammino. Le motivazioni sono diverse e, quando si tocca il mistero che una persona porta dentro di sé, è sempre complesso trovare parole esaustive.
Le due motivazioni principali sono di ordine teologico-pastorale e di ordine strettamente personale. Dal punto di vista teologico: fin dagli anni di seminario - e anche prima - ho sempre portato dentro di me dubbi e domande su molti punti della fede cattolica e sull’interpretazione della Rivelazione, non solo rispetto alle questioni della cosiddetta “morale”. Grazie allo studio della teologia, pensavo di trovare una soluzione a tanti quesiti, ma mi ero sbagliato.
Il contatto con la realtà quotidiana, assai lontana da quella dipintaci nel nido ovattato, protettivo e forse miope del seminario, mi ha cambiato profondamente. Come sempre, nella vita, sono gli Incontri a cambiarci radicalmente: quando la mia strada si è incrociata con quella di tante persone alla ricerca della verità, con il loro carico di sofferenze e di domande, mi sono reso conto che l’ingombrante bagaglio zeppo di prontuari pastorali e polverosi sistemi teologici (con lodevoli eccezioni! Ringrazio Dio per aver incontrato in alcuni casi docenti illuminanti) può in gran parte bruciare nel camino.
La Scrittura è il primo giudice di tante sovrastrutture illogiche a cui ci assoggettiamo. Ancora una volta ho dovuto dolorosamente convenire che il cammino della chiesa cattolica nei secoli è macchiato da gravi mancanze nei confronti della Parola evangelica: ipocrisia, illogicità, paradossi e discriminazioni, continuano a reiterarsi con una sfacciataggine scandalosa.
Sono ferito dalla mancanza di carità e ragionevolezza di cui il magistero cattolico, rappresentato al suo vertice dal papa, continua a farsi portavoce. Rischio forse di fare un discorso partigiano, banale, qualunquista… Me ne guardo bene. Sono molto pacato nel dire che la mia coscienza si ribella e si scontra quotidianamente con alcuni di questi aspetti:
1. per quanto riguarda la carità: nella nostra diocesi non mancano certo strutture e iniziative di solidarietà e accoglienza, ma carità non è solo un piatto di minestra. È comunione e sincero amore, soprattutto verso i cosiddetti lontani. Noi ecclesiastici non fingiamo neppure di porgere la mano a “categorie” di paria come gli omosessuali, i carcerati, le prostitute, i tossicodipendenti: li emarginiamo semplicemente, perpetuando pregiudizi e favorendo strutture di morte sociale e umana, prima che religiosa.
Forse preferiamo strizzare l’occhio al politico o al ricco di turno... La chiesa, prosecuzione della missione redentrice di Cristo in mezzo a noi, crea muri e pregiudizi, procede cigolando grazie a meccanismi di autoconservazione cieca, mascherandosi da mamma pacifica e sorridente che, senza avvedersene, pur di giungere alle mete prefissate, passa sui “cadaveri” dei figli che dovrebbe proteggere.
La carità, da regina delle virtù, è diventata una sgraziata cenerentola, tanto nominata quanto subordinata ad ogni realtà, persino alla preghiera! Come se la preghiera e la carità non fossero un sinolo inscindibile! Da questo punto di vista mi sento molto più vicino agli ideali proposti dalle comunità di base o dal movimento Noi siamo Chiesa.
2. Il tema della povertà: la chiesa cattolica si fa portavoce di valori eterni e sacrosanti, contraddicendo al contempo ciò che afferma: fasto, luccicare di abiti, eventi in grande stile, eleganza ostentata, sperpero di denaro spacciato per cura del decoro… Dov’è la tanto decantata povertà? Quando finiremo di giocare con le Scritture come dei sofisti d’altri tempi? Mi sembra di risentire il solito ritornello: “Per ‘povertà’ Gesù non intendeva necessariamente una privazione concreta dei beni materiali, ma un sano distacco nel loro utilizzo…ecc. ecc. ecc.”. Meno male che, a differenza di noi ermeneuti pluridecorati, gli apostoli e molti cristiani dei secoli successivi hanno preso sul serio le parole di Gesù.
3. La ricerca teologica: sembra che la gerarchia abbia un sacro timore di questa disciplina. Se non c’è la patente del papa-teologo, ogni tentativo di ipotesi, esplorazione, speculazione anche solo leggermente “fuori-binario”, diventa pericolo, errore, terremoto. Al riguardo ho una mia teoria: la paura è figlia dell’ignoranza, ma più spesso dell’insicurezza. Non posso negare che le mie idee su coppie di fatto, contraccezione, sessualità, ministero ordinato e su tanti altri dogmi fondamentali della nostra teologia, sono molto differenti da quelli proposti dal catechismo.
Sono solo piccoli esempi di una divaricazione tra me e il cattolicesimo che lo studio, la riflessione e la preghiera, hanno solo ampliato.
In lei, Eccellenza, ho sempre ammirato l’acume e la cordiale umanità; la mia stima nei suoi confronti resta invariata, per questo le apro il mio cuore e le manifesto la mia decisione, cercando di motivarla.
In secondo luogo, esperienze e vissuti delicati, uniti a problemi di salute non lievi, mi hanno portato a perdere la serenità indispensabile per continuare la missione affidatami. Sarei ipocrita se continuassi a predicare ciò che non condivido; masochista se mi costringessi in un contesto ecclesiale - non semplicemente locale - ormai divenuto soffocante; ingiusto se scaricassi sulle persone a me affidate le frustrazioni di un ministero non realizzante.
Intendiamoci, la mia non è una deprimente critica destruens: nella mia esperienza ecclesiale ho trovato doni immensi di grazia, di amicizia, di senso, di comunione, di maturazione, ma mi sento sempre più fuori posto. Gesù non può volermi insofferente in uno stile ministeriale che non mi si confà.
Non abbandono la fede: essa vive e arde in me come il primo giorno in cui avvertii con forza il progetto di Dio sulla mia vita; sono però sempre più convinto di voler lasciare questo ministero. Non smetterò mai di essere pastore. La gerarchia emetterà i decreti che il diritto prevede, ma solo Dio è garante del sacramento e della grazia del ministero, nei cieli e sulla terra.
Per questo non chiederò dimissioni, né intendo venire incontro a doveri burocratici: resto presbitero, ma, purtroppo e quasi certamente, non per la chiesa cattolica. Se posso permettermi: è un errore cercare di ritagliare i “confini” della personalità di un sacerdote per adattarli ad una forma prestabilita di ministero pastorale. Mi sono spesso sentito come del vino giovane e frizzante costretto in una botte troppo piccola. Sarà tutta superbia?
Nonostante la durezza di tali argomenti, voglio offrirle tutta la mia fraternità, anzi, la figliolanza che mi lega alla sua sincera paternità. Non provo rancore, solo un tocco di malinconia… Ma la fede in Cristo ci unisce. Sono consapevole di aver bisogno di conversione e di non potermi ergere a giudice di nessuno: sono, però, in grado di vedere e discernere.
Chiedo perdono dello scandalo che inevitabilmente le mie scelte provocheranno, è mia intenzione proseguire il mio discernimento in modo discreto e dignitoso, ovunque esso mi guiderà. Non porto in me intenti ridicolmente polemici o mediatici: cercherò di condurre la vita che mi aspetta in modo coerente al Vangelo e alle sue esigenze radicali. Credo di non poterle promettere di meglio!
Concludo rispondendo alla sua prevedibile domanda: perché ho sempre taciuto tutte queste difficoltà? Ho sbagliato, ho temuto il giudizio altrui, ho mancato di coraggio. Sono ancora giovane, riparerò a questi miei gravi limiti. Don Lamberto non ha nessuna colpa al riguardo, se posso permettermi una parola su di lui: è stato cortese e umano nei miei confronti e non posso riscontrare nulla di negativo nel suo comportamento.
Posso affermare in coscienza di aver preso questa decisione liberamente, senza alcuna costrizione, dopo un’attenta meditazione e dopo essermi consultato a lungo con persone di fiducia e di provata saggezza.
Mi perdoni per il disturbo arrecato. Avrei voluto dirle tutto di persona, ma è difficile confidare simili pensieri, così intimi, senza il supporto di una lettera.
Prego per lei e per la chiesa di Pavia. Lei preghi per me. Sono sempre a disposizione per dialogare.
Con stima e affetto
don Adriano
07/01/2008
Eccellenza,
le scrivo per comunicarle con più precisione i motivi che mi hanno portato a prendere questa dolorosa decisione. Alle mie spalle c’è un lungo cammino, di cui lei ha solo intravisto l’esito. Sarà vero che lo scritto è perentorio e non dialogico, ma permette allo scrivente quella tranquillità che è necessaria per esprimere cose così delicate.
Sono sacerdote da poco, pochissimo, eppure un anno di ministero è bastato per portarmi a rivedere il mio cammino. Le motivazioni sono diverse e, quando si tocca il mistero che una persona porta dentro di sé, è sempre complesso trovare parole esaustive.
Le due motivazioni principali sono di ordine teologico-pastorale e di ordine strettamente personale. Dal punto di vista teologico: fin dagli anni di seminario - e anche prima - ho sempre portato dentro di me dubbi e domande su molti punti della fede cattolica e sull’interpretazione della Rivelazione, non solo rispetto alle questioni della cosiddetta “morale”. Grazie allo studio della teologia, pensavo di trovare una soluzione a tanti quesiti, ma mi ero sbagliato.
Il contatto con la realtà quotidiana, assai lontana da quella dipintaci nel nido ovattato, protettivo e forse miope del seminario, mi ha cambiato profondamente. Come sempre, nella vita, sono gli Incontri a cambiarci radicalmente: quando la mia strada si è incrociata con quella di tante persone alla ricerca della verità, con il loro carico di sofferenze e di domande, mi sono reso conto che l’ingombrante bagaglio zeppo di prontuari pastorali e polverosi sistemi teologici (con lodevoli eccezioni! Ringrazio Dio per aver incontrato in alcuni casi docenti illuminanti) può in gran parte bruciare nel camino.
La Scrittura è il primo giudice di tante sovrastrutture illogiche a cui ci assoggettiamo. Ancora una volta ho dovuto dolorosamente convenire che il cammino della chiesa cattolica nei secoli è macchiato da gravi mancanze nei confronti della Parola evangelica: ipocrisia, illogicità, paradossi e discriminazioni, continuano a reiterarsi con una sfacciataggine scandalosa.
Sono ferito dalla mancanza di carità e ragionevolezza di cui il magistero cattolico, rappresentato al suo vertice dal papa, continua a farsi portavoce. Rischio forse di fare un discorso partigiano, banale, qualunquista… Me ne guardo bene. Sono molto pacato nel dire che la mia coscienza si ribella e si scontra quotidianamente con alcuni di questi aspetti:
1. per quanto riguarda la carità: nella nostra diocesi non mancano certo strutture e iniziative di solidarietà e accoglienza, ma carità non è solo un piatto di minestra. È comunione e sincero amore, soprattutto verso i cosiddetti lontani. Noi ecclesiastici non fingiamo neppure di porgere la mano a “categorie” di paria come gli omosessuali, i carcerati, le prostitute, i tossicodipendenti: li emarginiamo semplicemente, perpetuando pregiudizi e favorendo strutture di morte sociale e umana, prima che religiosa.
Forse preferiamo strizzare l’occhio al politico o al ricco di turno... La chiesa, prosecuzione della missione redentrice di Cristo in mezzo a noi, crea muri e pregiudizi, procede cigolando grazie a meccanismi di autoconservazione cieca, mascherandosi da mamma pacifica e sorridente che, senza avvedersene, pur di giungere alle mete prefissate, passa sui “cadaveri” dei figli che dovrebbe proteggere.
La carità, da regina delle virtù, è diventata una sgraziata cenerentola, tanto nominata quanto subordinata ad ogni realtà, persino alla preghiera! Come se la preghiera e la carità non fossero un sinolo inscindibile! Da questo punto di vista mi sento molto più vicino agli ideali proposti dalle comunità di base o dal movimento Noi siamo Chiesa.
2. Il tema della povertà: la chiesa cattolica si fa portavoce di valori eterni e sacrosanti, contraddicendo al contempo ciò che afferma: fasto, luccicare di abiti, eventi in grande stile, eleganza ostentata, sperpero di denaro spacciato per cura del decoro… Dov’è la tanto decantata povertà? Quando finiremo di giocare con le Scritture come dei sofisti d’altri tempi? Mi sembra di risentire il solito ritornello: “Per ‘povertà’ Gesù non intendeva necessariamente una privazione concreta dei beni materiali, ma un sano distacco nel loro utilizzo…ecc. ecc. ecc.”. Meno male che, a differenza di noi ermeneuti pluridecorati, gli apostoli e molti cristiani dei secoli successivi hanno preso sul serio le parole di Gesù.
3. La ricerca teologica: sembra che la gerarchia abbia un sacro timore di questa disciplina. Se non c’è la patente del papa-teologo, ogni tentativo di ipotesi, esplorazione, speculazione anche solo leggermente “fuori-binario”, diventa pericolo, errore, terremoto. Al riguardo ho una mia teoria: la paura è figlia dell’ignoranza, ma più spesso dell’insicurezza. Non posso negare che le mie idee su coppie di fatto, contraccezione, sessualità, ministero ordinato e su tanti altri dogmi fondamentali della nostra teologia, sono molto differenti da quelli proposti dal catechismo.
Sono solo piccoli esempi di una divaricazione tra me e il cattolicesimo che lo studio, la riflessione e la preghiera, hanno solo ampliato.
In lei, Eccellenza, ho sempre ammirato l’acume e la cordiale umanità; la mia stima nei suoi confronti resta invariata, per questo le apro il mio cuore e le manifesto la mia decisione, cercando di motivarla.
In secondo luogo, esperienze e vissuti delicati, uniti a problemi di salute non lievi, mi hanno portato a perdere la serenità indispensabile per continuare la missione affidatami. Sarei ipocrita se continuassi a predicare ciò che non condivido; masochista se mi costringessi in un contesto ecclesiale - non semplicemente locale - ormai divenuto soffocante; ingiusto se scaricassi sulle persone a me affidate le frustrazioni di un ministero non realizzante.
Intendiamoci, la mia non è una deprimente critica destruens: nella mia esperienza ecclesiale ho trovato doni immensi di grazia, di amicizia, di senso, di comunione, di maturazione, ma mi sento sempre più fuori posto. Gesù non può volermi insofferente in uno stile ministeriale che non mi si confà.
Non abbandono la fede: essa vive e arde in me come il primo giorno in cui avvertii con forza il progetto di Dio sulla mia vita; sono però sempre più convinto di voler lasciare questo ministero. Non smetterò mai di essere pastore. La gerarchia emetterà i decreti che il diritto prevede, ma solo Dio è garante del sacramento e della grazia del ministero, nei cieli e sulla terra.
Per questo non chiederò dimissioni, né intendo venire incontro a doveri burocratici: resto presbitero, ma, purtroppo e quasi certamente, non per la chiesa cattolica. Se posso permettermi: è un errore cercare di ritagliare i “confini” della personalità di un sacerdote per adattarli ad una forma prestabilita di ministero pastorale. Mi sono spesso sentito come del vino giovane e frizzante costretto in una botte troppo piccola. Sarà tutta superbia?
Nonostante la durezza di tali argomenti, voglio offrirle tutta la mia fraternità, anzi, la figliolanza che mi lega alla sua sincera paternità. Non provo rancore, solo un tocco di malinconia… Ma la fede in Cristo ci unisce. Sono consapevole di aver bisogno di conversione e di non potermi ergere a giudice di nessuno: sono, però, in grado di vedere e discernere.
Chiedo perdono dello scandalo che inevitabilmente le mie scelte provocheranno, è mia intenzione proseguire il mio discernimento in modo discreto e dignitoso, ovunque esso mi guiderà. Non porto in me intenti ridicolmente polemici o mediatici: cercherò di condurre la vita che mi aspetta in modo coerente al Vangelo e alle sue esigenze radicali. Credo di non poterle promettere di meglio!
Concludo rispondendo alla sua prevedibile domanda: perché ho sempre taciuto tutte queste difficoltà? Ho sbagliato, ho temuto il giudizio altrui, ho mancato di coraggio. Sono ancora giovane, riparerò a questi miei gravi limiti. Don Lamberto non ha nessuna colpa al riguardo, se posso permettermi una parola su di lui: è stato cortese e umano nei miei confronti e non posso riscontrare nulla di negativo nel suo comportamento.
Posso affermare in coscienza di aver preso questa decisione liberamente, senza alcuna costrizione, dopo un’attenta meditazione e dopo essermi consultato a lungo con persone di fiducia e di provata saggezza.
Mi perdoni per il disturbo arrecato. Avrei voluto dirle tutto di persona, ma è difficile confidare simili pensieri, così intimi, senza il supporto di una lettera.
Prego per lei e per la chiesa di Pavia. Lei preghi per me. Sono sempre a disposizione per dialogare.
Con stima e affetto
don Adriano
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