GUMERSINDO LORENZO SALAS, Una fede incredibile nel secolo XXI, Massari Editore, Casella Postale 144 - 01023 Bolsena, 2009, pagg. 224, euro 12.
Mentre occupano la scena dibattiti culturali e teologici rilevanti come quello tra Vito Mancuso ed Enzo Bianchi, escono anche in Italia, con ben minore risonanza, studi preziosissimi che purtroppo passano inosservati al grande pubblico. Tutto sommato, sia Bianchi che Mancuso, sia pure con accentuazioni assai diverse, restano nell'ambito della teologia tradizionale. Bianchi sempre di più è totalmente interno anche alla tradizione dogmatica cattolica ufficiale mentre Mancuso è un convinto e documentato cantore della libertà di coscienza e, quindi, apre delle finestre che inquietano i palazzi vaticani. L'accusa di gnosticismo nei suoi confronti risulta davvero infondata. Ma l'ambito delle loro ricerche e delle loro affermazioni in larga parte rimane interno alle dispute ecclesiali ed ecclesiastiche di questa nostra chiesa romana, ossessionata dall'ortodossia. Mancuso, con grande genialità, mi sembra positivamente impegnato a riscoprire, oltre la romanità, le valenze positive di una rinnovata e genuina cattolicità. Ma, a mio avviso, questi autori restano estranei o sul limitare delle grandi questioni che da anni teologi come Salas e Vigil affrontano nelle loro opere in perfetta sintonia con gli interrogativi che gli studi di Pesce hanno sollevato in questi ultimi anni. Mi riferisco soprattutto a "Inchiesta su Gesù" (Mondadori) e "L'uomo Gesù" (Mondadori). Oggi diventa ineludibile interrogarci, sulla scorta di mille e mille studi, sull'origine del movimento di Gesù, sul rapporto tra "sistema ecclesiastico" e messaggio del nazareno. Tra esegesi e dogmatica, come sottolineò vigorosamente Hans Kung vent'anni fa nel suo volume "Teologie in cammino" , si è creato un abisso, uno iato crescente. Gli occhiali dogmatici continuano a impedire un accesso storico e critico agli scritti del Secondo Testamento e la lettura continuista fa dei dogmi la logica esplicitazione dei dati scritturali. Occorre, secondo questi autori, andare ben oltre le ricerche di Bianchi, Mancuso e tanti altri che, per quanto utili ed apprezzabili, non trovano la via per nuovi spazi di approfondimento sui terreni più incandescenti delle cristologie. Per questo il piccolo libro di Lorenzo Salas e quello di Elizondo Vigil (tanto per citarne due) pongono osservazioni e riaprono questioni che, a detta di molti, sono più che urgenti. Si tratta, in sostanza, di chiederci se "il mito del cristianesimo ecclesiastico" non sia diventato talmente estraneo alla cultura del nostro tempo da "rendere invisibile la nostra fede cristiana nel XXI secolo" e soprattutto inconciliabile con una lettura storico-critica delle Scritture. Linguaggio, struttura della chiesa, dogmi, liturgie, festività, itinerario sacramentale, approccio ai problemi della sessualità, della politica e delle scienze sono figli e prodotti di un tempo che è passato. Una fede storicamente situata e vissuta non può semplicemente ripetere le formulazioni dogmatiche come verità intangibili. Questa è la proposta di riflessione che molto insistentemente con la mia piccola voce vado anch'io presentando da uno dei miei primi scritti ("Una fede da reinventare" , Claudiana, Torino 1975) fino a "Il dono dello smarrimento" (Gabrielli) del 2007.
Raccomando la lettura di questo libro di Salas, di cui quasi nessuno ha parlato, perchè questa istanza viene analizzata con coraggio e con la competenza di un teologo di grande levatura. Gesù di Nazareth è sostanzialmente uno scomparso: "Non solo è stato sepolto a Gerusalemme, ma anche occultato da favole, miti e leggende e, soprattutto da una montagna di frasi e di parole... E' necessario, dunque, andare incontro a questo scomparso..."(pag. 50). Questo è successo soprattutto perchè una certa teologia cortigiana arrivò a "stabilire che la Bibbia deve essere interpretata dogmaticamente e non il dogma biblicamente" (pag. 61). Non si tratta di cancellare il mito, ma di comprenderlo: "Indubbiamente, i gerarchi della chiesa continuano a preferire che i fedeli leggano i vangeli come pure cronache storiche, cosa che non favorisce la fede e degrada intellettualmente il cristianesimo" (pag. 63). Gesù così è stato trasformato nel Cristo della fede ecclesiastica e, per questo le formule dogmatiche della cristologia sono state mummificate. "Io penso - prosegue Salas - che i credenti debbano leggere i vangeli da credenti, vale a dire come coloro che riconoscono, attraverso il mito, Gesù come Cristo e Signore, e che spiritualmente fanno propria e interiorizzano realmente e vitalmente la figura di Gesù, nel senso che sono decisi a "seguirlo" come colui che segna l'orientamento della vita..." (pag.63). "Con tutto ciò, Gesù era ebreo, la sua religione era quella ebraica e il suo Dio era Jahvè... A Giacomo, fratello di Gesù, non sarebbe mai entrato in testa che suo fratello era Dio dall'eternità e che sua madre fosse sempre stata vergine" (pag.64). Aver confuso Dio e "figlio di Dio" divinizzando Gesù, è un'operazione che non tiene conto dei linguaggi mitici dei mille "figli di Dio" che popolano tutte le letterature antiche. Ma il lettore noterà che il libro è ricco di proposte per un "altro cristianesimo" al quale l'Autore dedica pagine concrete e costruttive. Secondo il nostro Autore, la questione è vitale per il cristianesimo non solo cattolico: se non si accoglie l'invito a far uscire il Cristo ecclesiastico dal mausoleo dogmatico e a cercare i nuovi linguaggi della fede cristiana in dialogo con le testimonianze bibliche, la predicazione cristiana rischia di rendersi inaccessibile al cuore delle donne e degli uomini di oggi. Raccomando questo libro non come la soluzione di ogni problema, ma come un valido percorso di ricerca. Forse è proprio questo l'atteggiamento da creare e da promuovere nelle comunità cristiane: non siam cristiani perchè "facciamo la guardia" ad una serie di verità presunte infallibili, ma perchè cerchiamo una rinnovata fedeltà a Dio e alla terra sulla strada di Gesù. In tutto questo la semplice ripetizione è molto vicina al tradimento. Credo, invece, che questa prospettiva potrebbe rianimare la vita delle nostre chiese che, proprio nei momenti di svolta, hanno saputo compiere un servizio al vangelo e alla società.
don Franco Barbero