venerdì 15 maggio 2009

L'AMORE: FUORI DALLA RETORICA

Commento alla lettura biblica - domenica 17 maggio 2009

Giovanni 15,9-17

9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Questa pagina del vangelo ricorre spesso nella predicazione, nelle liturgie e negli scritti ecclesiastici. E quindi si tratta di un testo usato ed abusato. Noi cristiani poi siamo specialisti, se guardiamo la storia passata e quella recente, nella retorica dell'amore che legittima spesso la nostra accusa verso chi non ha le nostre idee o i nostri comportamenti. Voglio dire che gli inquisitori, quando accendevano i roghi, dichiaravano di bruciare i corpi per salvare le anime. Nel caso di Eluana Englaro gli apostoli "fanatici" dell'amore hanno accusato il papà Peppino di essere un assassino. Così per amore della verità, le gerarchie ecclesiastiche hanno sempre sbattuto fuori dall'insegnamento e spesso dalle stesse comunità i teologi dissenzienti. Sempre per amore, per salvarli dalle perversioni (!?) molti sacerdoti allontanano omosessuali e lesbiche dai sacramenti... la lista potrebbe continuare con i separati, i divorziati ... poi c'è la farsa del giovedì santo quando il vescovo, citando e commettando questi versetti evangelici, ogni anno riceve l'omaggio e l'obbedienza dei suoi sacerdoti e persino il papa, figura imperiale, nella basilica romana lava i piedi a dodici preti. Davvero è il punto più indecente della farsa, una finzione che stride. Si crede forse di coprire uno stile imperiale con questa burletta liturgica? Ecco perchè, insisto, questa pagina va presa, letta e commentata con le pinze, con grande attenzione, per non cedere a pure declamazioni verbali.

Dio, la fonte

L'esegeta Claus Wengst nel suo "Il vangelo di Giovanni" (Queriniana) spiega dettagliatamente che per Gesù l'osservanza dei comandamenti non è altro se non il rifarsi all'insegnamento della Bibbia ebraica: "I comandamenti di Gesù non sono altro che i comandamenti del Padre. Se egli riassume i comandamenti nel comandamento dell'amore, non dà con questo un comandamento al posto di tutti gli altri, bensì indica la dimensione e l'intenzione con cui i comandamenti vanno osservati. Chi sperimenta e capisce di essere amato da Dio, non può che essere guidato dall'amore..." (pag. 582).Dunque, Gesù non pone se stesso come fonte dell'amore, ma testimonia che Dio è all'origine. Gesù è consapevole che la sua esistenza è amata, è oggetto dell'amore di Dio che lo invita, a sua volta, a comunicare l'amore ricevuto..."Vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito dal Padre mio" (v. 15). A parte il linguaggio insistente sui "comandamenti", che forse oggi tradurremmo più concretamente con la ricerca del sentiero delle beatitudini, questi versetti ci testimoniano che la fede, se non produce amore, è pura religiosità esteriore. Per Gesù Dio è la fonte alla quale attinge per trovare la forza di amare. Questo modo di riconoscere Dio e la Sua presenza nella vita può essere prezioso anche per noi.

Siamo ancora tanto lontani

Questo caldo linguaggio dell'amicizia e la esclusione delle relazioni servili alludono ad un clima di fiducia in Dio e di fiducia reciproca di cui Gesù dà testimonianza e che tenta di instaurare nel gruppo. Non si tratta di sognare una "comunità di angeli ed arcangeli dal ciel discesa per troppo peso", per usare una immagine enfatica. Il peso della nostra comune umanità, segnata dal limite, va sempre tenuto in conto e certi ambienti ecclesiastici, dove tutto è "pace e bene", probabilmente nascondono qualche "trucco" o qualche pericolosa sottomissione. Si tratta però di costruire comunità di donne e di uomini liberi di essere se stessi, di esprimere idee e di realizzare percorsi diversi senza sentirsi esclusi. L'amicia profonda sta nel fatto che, nel comune riferimento a Dio sulla strada di Gesù, le comunità possano creare un clima di confronto aperto, di accoglienza delle diversità, dove la convivialità delle differenze sia pratica costante, obiettivo condiviso. La comunità che depone lo "spirito servile" non sa più che cosa sia l'esigenza di una obbedienza gerarchica, ma conosce e fa esperienza di un ministero diffuso e intento a valorizzare uno stile di reciproca fiducia. Se alcuni credenti debbono nascondere le loro idee, se non possono esprimerle fino in fondo; se altri non possono manifestare le loro scelte affettive in tutta libertà...questa non è una chiesa in cui ci si sente "amici", cioè accolti davvero con rispetto. Siamo ancora tanto lontani da questa pratica che Gesù visse e insegnò ai suoi discepoli e alle sue discepole. Ciascuno di noi può fare qualcosa, anche rischiare qualcosa, per far crescere gli spazi di reale libertà e corresponsabilità nella chiesa di oggi, partendo dalla propria comunità.

"affinchè la mia gioia sia in voi"

Forse la chiesa oggi non dà la testimonianza della gioia di cui ci parla il vangelo. Ieri sera, nel corso di un gruppo di ragazzi tossicodipendenti, abbiamo riflettuto a lungo sul fatto che non siamo educati a contattare la gioia. Siccome i padroni del vapore politico ed ecclesiastico ogni giorno ci bombardano da tutti i canali possibili con racconti di disgrazie, non vediamo più i fiori che incontriamo lungo la strada, i mille episodi di amore, di solidarietà e di felicità che popolano l'esistenza quotidiana. Gesù, che pure conosceva bene la pesantezza delle ingiustizie e delle sofferenze, aveva il cuore capace di accogliere la gioia, il sorriso, la felicità.

Ti prego, o Dio

 Non possiamo mai chiudere gli occhi sui panorami desolati dell'ingiustizia e dell'oppressione, ma vogliamo anche coltivare nei nostri cuori quella gioia di cui ci dette testimonianza Gesù. Egli mantenne una radicale fiducia in Te, Dio della vita, e guardò la realtà e le persone con "simpatia" e con accoglienza. Egli ci dona una indicazione preziosa.