Sabato 20 giugno, in un incontro di riflessione sul Volume "Gesù. Un approccio storico", ho presentato un interrogativo ai presenti: perché, mentre in Italia sono usciti negli ultimi due anni parecchi scritti di estremo rilievo come Teologia del pluralismo religioso, il volumetto di Salas e ora il Gesù di Antonio Pagola, queste opere e altre non hanno suscitato un dibattito e sono passate quasi inosservate anche sulle riviste oltreché nella maggior parte delle parrocchie e comunità?
Ho la percezione che ci si senta, anche nell'area della chiesa di base, estremamente bravi, dialogici e "rivoluzionari" perché si collezionano pareri, articoli biblici, studi accogliendo tutto con sincero rispetto, con un "culto" quasi "sacro" della pluralità. Questo già costituisce certamente un passo costruttivo e importante rispetto alle pratiche esclusive. Eppure è necessario, se si vuole crescere, che si compia un passo ulteriore. Non basta "aggiungere" un'opinione ad un'altra, ma è necessario sapersi ascoltare, rispondere, differenziare. Davanti ad un libro, davanti ad un metodo di lettura biblica, davanti a mille temi mettere semplicemente accanto pareri e opinioni può di fatto creare una sotterranea ma reale gerarchizzazione per cui ci sono pareri importanti e opinioni irrilevanti. Molte comunicazioni sono cripto truffaldine, per quanto ben intenzionate. Mi sorprende un dubbio: probabilmente è più semplice riportare risvolti di copertina che prendersi la briga di leggere e stimolare alla lettura. Non sarà che abbiamo paura di trovarci sprovveduti, poco documentati, anche noi presi nel vortice della superficialità?
Giovanni Franzoni, con la consueta lucidità, invita a "dichiarare chiusa la fase segnata dalla felice ma ormai consueta frase di papa Giovanni: "guardiamo a ciò che ci unisce e non a ciò che ci divide". Andando ad affrontare ciò che ci divide, si potrebbe scoprire che a dividerci sono dei falsi problemi, difetto di conoscenza e dei linguaggi superati mentre ad unirci possono esserci letture oneste e coraggiose del rapporto fede-giustizia che mettono invece su posizioni opposte cattolici versus cattolici, ebrei versus ebrei e islamici versus islamici. Queste sarebbero doglie di un parto" (Confronti 6/2009, pag. 40). Ma l'osservazione non vale solo per il dialogo ecumenico. Penso ai mille terreni del dialogo cristologico, esegetico, storico, esistenziale.
Mi preoccupa il fatto che, interpellati anche molti confratelli sulle tematiche cocenti dell'attuale dibattito cristologico, ho constatato – con amarezza – uno scarso o del tutto assente interesse al confronto, alla discussione. La stragrande maggioranza non ha nemmeno letto questi libri, non avverte il peso della partita in gioco. Forse c'è addirittura la paura di porsi alcune inquietanti domande. Forse questo problema coinvolge anche in qualche misura le realtà di base dove i "laboratori" teologici davvero non abbondano. Il primato della prassi forse non vuole dire soppressione della teologia o della ricerca, ma tenerle in tensione.