domenica 18 luglio 2010

LE NOSTRE PAURE DENTRO LA CHIESA

Domenica 11 luglio un bel gruppo di preti ha voluto fare una sosta teologica nei locali della comunità cristiana di base in cui li attendevo.

Nonostante il caldo arroventi in questi giorni anche la mia bella cittadina di Pinerolo, il dialogo è stato fresco e spontaneo, nel lungo pomeriggio.

-         Intanto è d'obbligo il plurale. Ognuno di noi deve fare i conti con se stesso, la sua storia, le sue particolari paure. Quattordici storie e quattordici racconti. Le paure sono anch'esse volubili, in evoluzione, in mutamento… Per fortuna qualcuna si dissolve…

-         E' stata comune la constatazione che nel tessuto della chiesa cattolica circola un quoziente altissimo di paura. Si viene un po' "formati", anzi deformati, in una cultura di insicurezza, di paura di sbagliare. L'obbedienza è spesso la madre di tante paure perché abitua a dipendere, a eseguire ciò che altri hanno deciso. Lentamente si perde il coraggio di agire secondo le proprie convinzioni e ci si adegua alla "scatola istituzionale", al "pacchetto" preconfezionato.

-         Si è dialogato a lungo sul "silenzio dei preti" che spesso "silenziano" la propria coscienza ed obbediscono sui temi scottanti della dogmatica, della devozione mariana, dell'omosessualità, delle seconde nozze. Molti preti hanno idee "aperte", ma poi non creano una pastorale nuova.

Cinque preti dei presenti hanno confessato di trovarsi in questa situazione appena descritta. Hanno perciò deciso di fare i "preti sociali", ma di non toccare nulla o quasi di ciò che concerne l'aspetto dottrinario. Si sentono controllati ed hanno paura…

-         Paura di che cosa? Il discorso si è allargato ai tanti amici conosciuti. Esiste la paura di non saper documentare adeguatamente le nuove posizioni teologiche. Molto più diffusa è la paura di essere "rimossi" dal proprio vescovo e di perdere il ruolo sociale, il ministero, l'aggancio con la gente. Prima fra tutte, per unanime riconoscimento dei partecipanti all'incontro, è la paura di perdere la casa, la posizione economica che oggi "frena" moltissimi preti. Finché si è nell'istituzione ecclesiastica e in pace con essa, non hai problemi di natura economica… I preti normalmente non sanno che cos'è la precarietà economica oggi diffusa. Se esci devi sbatterti per sopravvivere…

-         Il più giovane dei presenti (41 anni) ha dichiarato apertamente che, anche solo il pensare a doversi mantenere fuori dalla istituzione ufficiale, lo angoscia e lo blocca. Un lavoro sarebbe tutto da inventare.

-         Qualcuno mi ha domandato dove avessi trovato io il coraggio di uscire allo scoperto per prendere la strada dell'autonomia economica totale dall'istituzione. Ho avuto le mie paure. Non sono affatto un esempio di coraggio e l'ho documentato con questo fatto: quando scrissi il libro "Una fede da reinventare" (all'inizio degli anni '70) non lo pubblicai con la mia firma, ma molto vilmente lo firmai con il nome di due comunità. Fu un falso dovuto alla mia mancanza di coraggio. È inutile farsi passare per esempi di coraggio. Ognuno di noi deve attraversare molte paure. Fanno parte del nostro cammino di umanità e di fede. Nel mio caso la precarietà economica che si sceglie uscendo dai ruoli istituzionali è stata ed è una delle "prose" più difficili. Ma non è anche questo che ci avvicina alla maggioranza degli uomini e delle donne di oggi?

-         A fine giornata abbiamo confrontato le nostre paure con quelle di Gesù di Nazaret e soprattutto con la sua quotidiana fiducia in Dio e ci siamo salutati con l'esortazione biblica: "Non temete, uomini di poca fede".

Forse, ritornando alle nostre comunità troviamo fratelli e sorelle da cui possiamo ricevere la testimonianza di una fede vera, concreta e coraggiosa. In una comunità il "pastore" qualche volta insegna; più spesso ascolta, riceve e impara.