L'arretratezza di un paese, la sua ignoranza, le sue infondate paure, si misurano anche nella modalità con cui quel paese è disposto ad accogliere lo straniero. Noi lo accogliamo solo se serve a raccogliere pomodori con una retribuzione misera e per giunta in nero, oppure se è in grado di svolgere tutti quei lavori che gli italiani rifiutano. La misura dell'accoglienza è quindi il profitto e le condizioni di accoglienza non si distanziano di molto dalle condizioni di schiavitù.
Siamo ancora molto lontani da quella misura che gli antichi Greci avevano assunto come criterio di accoglienza e che Isocrate così riassume: «Atene ha fatto si che il nome di Elleni designi non più una stirpe, ma un modo di pensare. […] Per cui siamo chiamati Elleni non quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi una paideia», che è poi la capacità di apprendere che non si eredita con il sangue, ma si impara crescendo insieme. (Umberto Galimberti, 2 ottobre)