In quell'immenso campo, nacque un giorno un abete, già aveva messo le radici quando cominciarono a costruire la prima casa. Allora era circondato dal ciliegio, dal nespolo, e dai filari d'uva che si stendevano da ogni parte. In primavera sbocciavano primule, margherite , anemoni, e quei fiori bianchissimi del ciliegio sembravano una sposa che va a nozze con il suo vestito di raso e il tulle di bocci finissimi. tutto era accaduto un po' per volta: la popolazione cresceva, le case aumentavano, mentre diminuivano gli alberi e i prati. Il primo ad essere tagliato fu il ciliegio che per anni aveva fatto da cornice agli uccelli innamorati della zona. Una casa, poi l'altra, non c'era spazio per le viti e anche il campo di grano e papaveri, piano piano disparvero. Il cane, il gallo e l'asinello del contadino, spesso si recavano dall'abete per fargli compagnia; con lui chiacchieravano, sdraiati al fresco della sua ombra. Il giovane albero, quando gettarono le fondamenta della casa lì accanto, era contento e fiero di essa, ma dopo il primo piano fu fatto il secondo e il terzo. Altre case si affollarono intorno, e lui rimase in quel piccolo giardinetto, chiuso da una ringhiera di ferro. Tutti i giorni esso era visitato dagli uccelli e spesso gli animali del contadino andavano a trovarlo. Lui si accontentava, in verità non stava tanto male, il posto era sufficiente ma era molto giovane e ogni anno che passava cresceva. I suoi rami si stendevano verso le finestre delle case, e poi sempre più in alto verso il tetto. Il contadino non veniva più a zappettare e a togliere l'erba come quando era giovinetto, le ortiche crescevano intorno, e la ringhiera di ferro diventava per le sue radici una gabbia sempre più stretta. La strada era asfaltata e intorno c'erano grandi finestre e alti palazzi. Lui era rimasto proprio all'incrocio, due passi dal semaforo. Scomparso il contadino, erano scomparsi pure i suoi animali, solo lui era rimasto lì in quell'angolo di strada, come un punto di riferimento, non solo per gli uccelli ma per tutti gli abitanti della zona. Era lui, che sbirciando dalle finestre vedeva e consolava tanti cuori, conservando i segreti di ciascuno. Degli abitanti del quartiere esso conosceva le gioie ma anche i dolori e le angosce, tutti n'avevano rispetto e timore. I fulmini, durante i temporali, sfrecciavano fra i suoi rami ma senza fargli male. Il sole filtrava nel suo verde manto, facendo brillare le gocce di rugiada e la sua cima ondeggiava sopra i tetti delle case. D'estate molti anziani sostavano alla sua ombra. Tommi e Bice, due passerotti innamorati, insieme alle allodole e a tre merli ,avevano posto dimora fra i suoi rami. Un giorno si sentirono delle voci:" E' diventato enorme! Troppo grande! Cosa se né fa?". Altri, dicevano:" Potiamolo, abbassiamo un po' le punte per rinforzarlo". " No, neanche per sogno! Ogni anno ci saranno spese inutili per farlo riordinare". "Chiamiamo gli addetti e leviamolo di mezzo!" suggerì un'altra voce. E così fu emanata la sentenza. In che modo farlo morire? Tagliarlo con l'accetta alla radice, o segare il tronco a metà? L'abete non voleva credere a quelle voci, era forte e vigoroso , con un tronco enorme, e mentre l'uomo progettava, lui scuotendo i rami gli diceva:" Ti sembra questo il modo di trattarmi? Tutti i miei compagni sono morti, gli uccelli dove poseranno il nido? Non vedi i tuoi figli che già respirano l'aria avvelenata? Tu per questo pagherai!". L'uomo scuoteva le spalle, ubriacato dal suo potere sulla natura e da nuove conquiste. Egli arrivò una mattina con la gru e un carro cingolato. Niente accetta, ma una sega elettrica. A quel rumore infernale, gli uccelli fuggirono spaventati, i nidi cascarono al primo tremolio dei rami, e le uova scricchiolarono sotto i pesanti scarponi degli operai. Tutto il tronco dell'albero fu scosso da un tremito:" Dov'è l'accetta?" si chiedeva il grande abete. Dalla cima più alta cominciarono a buttare giù i primi rami, l'albero Pensò:" Forse mi poteranno" ma poi vide che non si fermavano e tagliavano a casaccio. Egli, come una madre ripara i propri figli dalla sciagura, cercava di proteggere gli ultimi rametti da poco germogliati. Le frasche cadevano una dopo l'altra, l'albero guardava i rami che giacevano a terra, bagnati da un sangue chiaro e appiccicoso che colava dalle ferite, mentre le gemme appena gonfie subito si appassivano. L'uomo afferrava quei rami e li introduceva nella grossa bocca di un camion , dove i denti affilati di una sega elettrica li trinciavano riducendoli a segatura, questa si ammucchiava dentro un cassone che diventava sempre più pieno. Ogni ramo fu tolto, ogni cima rasata, era restato solo il tronco che lacrimava da ogni parte emettendo, per difendersi, quell'acquerugiola appiccicosa che ormai non serviva più a nulla. L'omino della gru lo segava un po' per volta. Imbracata la cima, la tolse, poi volteggiando la posò a terra per risalire a prendere un altro pezzo. Nella strada si era formato un gruppo di curiosi che commentavano l'accaduto:" Povero abete! che brutta fine!" . disse un uomo. "Io ricordo quando da bambino mi nascondevo fra i suoi bassi rami". sogiunse un altro. "A me per Natale mi regalava sempre una frasca per fare l'albero". Sospirò un giovane adolescente. Un uccellino tanto triste mormorò:" E' stato la nostra casa , per tante generazioni abbiamo fatto il nido fra i suoi rami". L'albero taceva, come un innocente condannato a morte che accetta la sua pena sapendo che ormai non può fare più nulla. Mentre la sega continuava a tagliare con quel suo fischio acuto, il grande abete diffondeva intorno il suo profumo di bosco, come ultimo saluto per suoi amici che lo avevano conosciuto giovinetto. Poi l'omino della gru tagliò l'ultimo pezzo di tronco e buttò il terriccio sulle radici dolenti. Calava la sera, i passerotti tornarono con il cibo nel becco, e svolazzarono intorno cercando nell'erba il nido vuoto. L'allodola era sul tetto e guardava sgomenta le sue uova rotte. Tommi e Bice, i passerotti innamorati, pigolavano abbracciati sul muro di cemento. La merla ritornò verso sera, si sentì il suo pianto, e chiamava…, cercò per molti giorni un nido che mai riuscì a trovare.