Naomi Klein e Naomi Wolf, due tra le femministe più famose del mondo, contro le donne che accusano Julian Assange di stupro. È uno degli sviluppi inconsueti del controverso caso legale contro il fondatore di WikiLeaks, accusato di violenze sessuali da due donne con cui avrebbe avuto rapporti iniziati in modo consensuale ma poi diventati molestie, coercizione e stupro. Tuttavia le prove di questi reati, perlomeno dalle indiscrezioni finora trapelate sui media, non convincono tutti: si parla di un «profilattico rotto apposta» e di un rapporto non protetto mentre una delle due vittime «era addormentata».
«Usano lo stupro nel caso Assange nello stesso modo in cui usavano la libertà delle donne afgane per invadere l’Afghanistan», polemizza su Twitter la canadese Naomi Klein. «Le presunte vittime usano le armi della retorica femminista per placare il loro orgoglio ferito», scrive sull’Huffington Post l’americana Naomi Wolf, che poi ironizza: «Grazie, Interpol, adesso immagino che aprirete la caccia al milione e passa di uomini su cui ho sentito le stesse rimostranze». Anche tra le femministe britanniche c’è chi vede qualcosa di strano nelle accusa contro Assange: in una lettera al quotidiano Guardian di Londra, Karin Axelsson, direttrice di Women Against Rape (Donne contro lo stupro), si chiede se il fondatore di WikiLeaks non sia vittima di un accanimento della magistratura svedese.
Sulla vicenda impazza il tam-tam digitale. Il sito canadese CounterPunch scrive che una delle due accusatrici di Assange ha militato in un gruppo anti-castrista finanziato dagli Usa e sostenuto da un ex-agente della Cia. Secondo il sito australiano Crikey, la donna non è più in Svezia, bensì nei Territori Palestinesi e potrebbe aver rinunciato a perseguire legalmente Assange. (Repubblica, 10 dicembre)