lunedì 21 marzo 2011

IL MURO DELLA SICUREZZA, LA FESSURA DELLA SOLIDARIETA'

Redazione de "Il Gallo"

Dalla caduta del muro di Berlino in poi l'Occidente ha avuto la percezione fondamentalmente ottimistica di se stesso e del mondo.

C'erano sì crisi, guerre locali, attentati, ma l'economia tirava, l'innovazione tecnologica procedeva a ritmi serrati, la scienza perveniva a scoperte di grande rilievo.

C'era voluto l'11 settembre perché ci fossero letteralmente buttate in faccia la fragilità del nostro mondo e l'inquietudine e l'importanza di quello musulmano. Così quel mostruoso attentato è diventato l'evento emblematico della precarietà in cui viviamo.

E' passato quasi un decennio da quel giorno che ha prodotto uno choc planetario. La vita, come è giusto, ha ripreso il suo corso, ma la consapevolezza della fragilità è quasi svanita nel nulla: l'unico rischio incombente appare quello del terrorismo, o forse addirittura dell'Islam, europeo e internazionale, considerato il nuovo "nemico" della democrazia che minaccia la nostra sicurezza.

Eppure la fragilità continua a permanere, anche se non balza emotivamente agli occhi come l'11 settembre: rimane quella strutturale della condizione umana e della terra in continua devastazione, ci sono le pulsioni distruttive che ci portiamo dentro e gli enormi problemi di oggi, a cominciare da quello ambientale e dell'ingiustizia planetaria, riconosciuta come la radice del terrorismo da parte di molti che ritenevano necessaria la guerra contro l'Afghanistan.

Ma su queste motivazioni profonde su un orizzonte di giustizia è calato il silenzio e rischiamo davvero di addormentarci e di ridurre la precarietà di questo momento storico alla insicurezza delle nostre città, dimenticando che essa deriva soprattutto dalla disgregazione sociale prodotta da questo "sviluppo" e dalla mancanza di valori che non siano quelli funzionali al primato dell'economia. Ignorare le ragioni profonde dell'attuale fragilità del mondo è un rischio molto grave perché solo la consapevolezza della loro presenza come minaccia alle basi della convivenza permette di affrontarle.

La fragilità, infatti, può esser letta in modo positivo e propulsivo, è un sintomo di patologia che apre possibilità purché se ne colga il messaggio: siamo in pericolo e occorre mettere insieme energie, competenze, idee, volontà per superarlo e porre le nostre società su fondamenta più salde e quindi sicure per tutti.

Avviandoci verso dove? La direzione è chiara, a nostro avviso, e più volte richiamata da voci autorevoli: passare dall'interdipendenza, dove i più potenti utilizzano e dominano i più deboli, alla solidarietà per affrontare insieme le cause del disordine mondiale.

Si tratta di un orizzonte che apre una via stretta, è vero, ma una via su cui i più avveduti e sensibili già camminano anche per contribuire a promuovere un cambiamento culturale di fondo.