Dalla caduta del muro di Berlino in poi l'Occidente ha avuto la percezione fondamentalmente ottimistica di se stesso e del mondo.
C'erano sì crisi, guerre locali, attentati, ma l'economia tirava, l'innovazione tecnologica procedeva a ritmi serrati, la scienza perveniva a scoperte di grande rilievo.
C'era voluto l'11 settembre perché ci fossero letteralmente buttate in faccia la fragilità del nostro mondo e l'inquietudine e l'importanza di quello musulmano. Così quel mostruoso attentato è diventato l'evento emblematico della precarietà in cui viviamo.
E' passato quasi un decennio da quel giorno che ha prodotto uno choc planetario. La vita, come è giusto, ha ripreso il suo corso, ma la consapevolezza della fragilità è quasi svanita nel nulla: l'unico rischio incombente appare quello del terrorismo, o forse addirittura dell'Islam, europeo e internazionale, considerato il nuovo "nemico" della democrazia che minaccia la nostra sicurezza.
Eppure la fragilità continua a permanere, anche se non balza emotivamente agli occhi come l'11 settembre: rimane quella strutturale della condizione umana e della terra in continua devastazione, ci sono le pulsioni distruttive che ci portiamo dentro e gli enormi problemi di oggi, a cominciare da quello ambientale e dell'ingiustizia planetaria, riconosciuta come la radice del terrorismo da parte di molti che ritenevano necessaria la guerra contro l'Afghanistan.
Ma su queste motivazioni profonde su un orizzonte di giustizia è calato il silenzio e rischiamo davvero di addormentarci e di ridurre la precarietà di questo momento storico alla insicurezza delle nostre città, dimenticando che essa deriva soprattutto dalla disgregazione sociale prodotta da questo "sviluppo" e dalla mancanza di valori che non siano quelli funzionali al primato dell'economia. Ignorare le ragioni profonde dell'attuale fragilità del mondo è un rischio molto grave perché solo la consapevolezza della loro presenza come minaccia alle basi della convivenza permette di affrontarle.
La fragilità, infatti, può esser letta in modo positivo e propulsivo, è un sintomo di patologia che apre possibilità purché se ne colga il messaggio: siamo in pericolo e occorre mettere insieme energie, competenze, idee, volontà per superarlo e porre le nostre società su fondamenta più salde e quindi sicure per tutti.
Avviandoci verso dove? La direzione è chiara, a nostro avviso, e più volte richiamata da voci autorevoli: passare dall'interdipendenza, dove i più potenti utilizzano e dominano i più deboli, alla solidarietà per affrontare insieme le cause del disordine mondiale.
Si tratta di un orizzonte che apre una via stretta, è vero, ma una via su cui i più avveduti e sensibili già camminano anche per contribuire a promuovere un cambiamento culturale di fondo.