SERATA ECUMENICA A PINEROLO
“NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO”
· Lunedì 14 marzo abbiamo partecipato (eravamo un quindicina del gruppo comunitario che si ritrova al F.A.T.) alla bella serata organizzata in modo ecumenico a Pinerolo negli eleganti locali del Museo diocesano. Ha presentato la serata Raffaella, vicepresidente provinciale delle Acli. Gabriella Caramore ha introdotto il tema con alcune riflessioni stimolanti. Il suo stile dialogico e aperto è noto a chi segue su RadioTre la trasmissione “Uomini e profeti”.
· Molto stimolanti le riflessioni del pastore e teologo valdese Sergio Rostagno sul rapporto tra laicità e identità. Identità non dice chiusura, ma sollecita al confronto. È un equivoco che l’identità venga concepita e vissuta come portatrice di aggressività. Equivoco non minore è pensare che, per favorire il dialogo, si possa o si debba dissolvere l’identità o prescinderne.
· Non essendo né un teologo sistematico né un biblista, ma un allineatissimo referente per la cultura della chiesa cattolica torinese, don Ermis Segatti non mi è sembrato in buona serata rispetto al tema.
· Ma ho trovato davvero fecondo questo incontro, soprattutto perché si parte dalle Scritture. Lo constato con gioia ogni giorno nel ministero: la lettura biblica davvero scalda i cuori. Lo esperimento con il mio cuore e con tanti gruppi con cui faccio un cammino biblico. Nel breve dibattito che ne è seguito Don Bruno ha posto una domanda interessante: come Gesù pensava, diceva Dio.?.
· Ho voluto anch’io in questa assemblea così numerosa (circa 200 persone) proporre una riflessione: non vi sembra che proprio “in casa nostra”, cioè nelle nostre chiese, si annidino degli idoli? La tradizione è anche un percorso di benedizione: Dio nei secoli ha fatto molti doni alle nostre comunità. Abbiamo cercato di “dire Dio” in contesti mutevoli quando entrammo nelle culture gnostiche, nell’ellenismo, nelle varie “contaminazioni” culturali e linguistiche. Nicea, Costantinopoli, Calcedonia…rappresentano anche lo sforzo di “concettualizzare”, di esprimere in modo nuovo la nostra fede. Fu un lavoro impegnativo, audace, appassionato, certo attraversato da ambiguità, violenze ed interessi politici. Ma i nostri “padri nella fede” furono audaci e consapevoli che i linguaggi sono storici, sono “case da abitare per un tempo” e poi occorre traslocare.
· Non può esserci successo che le formulazioni di quei concili siano diventate degli idoli? A me sembra che le nostre chiese non avvertano l’urgenza di prendere atto che quei venerandi testi non comunicano più nel contesto odierno. Attenti: non dico che dobbiamo buttare via tutto.. Dico che, proprio il rispetto che ad essi è dovuto e il fatto che Dio è vivo e parla ancora oggi, esigono da noi l’impegno a creare nuovi linguaggi per la nostra fede. Penso in questo momento alle fondamentali opere di Salas, Lenaers, Spong, Fox, Vigil, Knitter e Hick che hanno trovato in Italia una discreta diffusione, ma non hanno né suscitato né registrato un adeguato dibattito nelle nostre chiese. Forse quando ripetiamo le nostre “confessioni di fede” dovrebbe prenderci una certa inquietudine. Anziché ripetere questi linguaggi filosofici ormai nebulosi, non sarebbe meglio riprendere la “via del racconto”? Nel ministero della predicazione, a mio avviso, ci è dato e ci è chiesto di “narrare le opere di Dio “anziché definirLo. La catechesi e la liturgia non dovrebbero diventare “racconti” che suscitano la nostra lode, la nostra preghiera?
· So bene che il lavoro da compiere è immane, ma coglierne l’urgenza significa anche metterci all’opera con umiltà e passione, con audacia e perseveranza. Significa dire alle nostre chiese che aiutino, sostengano, incoraggino il confronto anziché “condannare” o emarginare chi solleva domande e si assume la responsabilità di tentare nuovi cammini. Si ama la “tradizione vivente” facendola camminare nella dinamica dell’oltrepassamento e non chiudendola come una reliquia.
Franco Barbero