Nella formulazione dogmatica del IV e V secolo, si parla di Gesù come Dio incarnato. Si tratta di un linguaggio antico con forte accentuazione filosofica ellenistica. Oggi le scienze bibliche ci aiutano a cogliere il significato di quel linguaggio datato e ci segnalano l'esigenza di un nuovo linguaggio: " Gesù non avrebbe mai parlato di se stesso in quei termini: non pretendeva affatto di essere Dio incarnato" (Stephen Patterson). In sostanza la parola incarnazione significa che tutta la vita di Gesù ha manifestato la volontà e l'amore di Dio. La sua esistenza carnale-creaturale-storica ha dato spazio e visibilità alla realtà di Dio, ne è stata una concreta manifestazione.
" Il nazareno non ha mai proclamato di essere il messia" (Giuseppe Barbaglio) e "la fede in Gesù dei primi cristiani non ha preso il posto della fede in Dio; essi non hanno per nulla abiurato il monoteismo ebraico, la confessione dell'unico Dio esistente. Hanno esaltato oltre ogni dire Gesù, ma non si sono mai spinti a fare di lui un secondo Dio" ( G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, pag 618).
Ciò significa che i dogmi cristologici e la dottrina trinitaria vanno sottoposti alla testimonianza delle Scritture. Oggi la fede cristiana può prescindere totalmente da quelle formulazioni che rappresentano la espressione linguisticamente contingente del cristianesimo ufficiale di quei secoli. Nè va dimenticato che in quei linguaggi non si ritrovò e non si espresse mai la fede di tantissimi cristiani.
Ecco perchè oggi migliaia di teologi e di teologhe segnalano l'urgenza di una espressione anche linguisticamente nuova della nostra fede. Per questo è penoso che a Natale si ripetano quelle formulazioni come immutabili e si leggano le leggende della nascita come cronache storiche.