“Ordina: «Bruciate!» e il picciotto va e appicca il fuoco. Don Luigi Verzé è il primo prete capomafia della storia d'Italia e il silenzio del Vaticano o è rassegnato o è omertoso, decidete voi. Ma per noi siciliani è un sollievo che almeno sia padano questo 'don' che è due volte 'don', per il turibolo e per la coppola storta. Attenzione: non un prete mafioso, non un prete al servizio della mafia, che ce ne sono stati tanti, ma un boss che amministra i sacramenti, un don Calogero Vizzini con il crocifisso portato ‑ fateci caso ‑ all'occhiello, lì dove si mettono gli stemmi dei Lyons e del Rotary, e i massoni vi appuntano il ramo d'acacia e i gagà la mitica pansé. Anche don Calogero non pagava mai con le mazzette tipiche della corruzione diciamo così normale, ma con bigliettoni 'impilati'. «Le buste di don Verzé ‑ raccontano i testimoni oculari ‑ erano alte tre o quattro centimetri con biglietti da 500 euro». Don Calogero Vizzini le chiamava appunto 'pile'. E don Verzé non comunica con i pizzini come i più rozzi tra i corleonesi, ma si attiene ai classici che affidavano le sentenze allo sguardo e al silenzio.”
(Francesco Merlo, Repubblica)
Ma, mi domando, i cardinali di Milano che si sono susseguiti mentre questo delinquente faceva affari, ostentava lusso, impartiva ordini di incendio… e accumulava debiti, non si sono accorti di nulla?
Al Vaticano siede un altro faccendiere come lui, cioè Bertone, e allora tra due corrotti l’intesa è facile. Ma a Milano qualcuno sapeva bene ed ha taciuto.