giovedì 8 dicembre 2011

UNA BELLA MEDITAZIONE SULL'AVVENTO DI ROSARIO GRECO: GRAZIE!

AVVENTO

 

Noi siamo qui a preparare il natale, in questo tempo di avvento. La parola avvento ci parla di un ad-ventus, di una venuta che ci si approssima. La venuta di chi? La venuta di Gesù, il simbolo di Dio.

Se preferiamo, esplicitando il simbolo, ma restando sempre nel linguaggio delle metafore, potremmo dire così: noi siamo qui per prepararci alla venuta di Dio. In questo avvento, che sta per iniziare, intendiamo celebrare l’approssimarsi di Dio, il suo farsi vicino, anzi il suo farsi prossimo, cioè “il più vicino” (come sta ad indicare l’etimologia latina della parola). Egli sta per diventare vicinissimo a noi, e non perché sia lontano. Egli ci è sempre vicino, ma adesso potremmo percepirlo come sensibilmente, fin quasi a farne l’esperienza.

                Sta per venire il giorno in cui noi percepiremo Dio, quasi vento che ci accarezza la pelle. Lo sentiremo, come fu per Elia sul monte Oreb, come «una voce di silenzio sottile» (1Re 19,12, trad. G. Ravasi). Perché, come dicono alcuni scritti rabbinici, «Dio parla tra i tuoni e, qualche volta, tra i capelli del tuo capo». Voce a cui noi spesso siamo sordi. E sordi, non perché non sentiamo il suono delle parole. I suoni li sentiamo. È la sostanza delle parole che ci sfugge. Non siamo ancora pronti, e così ci sfugge.

È questione di udito spirituale, di intelligenza spirituale. Ancora di più: è questione di un modo di vivere che è spesso carente di tante cose essenziali, di cose che vanno oltre il cibo ed il vestito. Il nostro è un modo di vivere troppo fiducioso in noi stessi e troppo carente di fiducia in Dio:   

25Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena (Mt 6,25-34).

 

Per alcuni questo testo è un invito a lasciare tutto e ad abbracciare il francescanesimo. Per alcuni, ma non per tutti. Questa pagina, più esattamente, vuole essere un invito ad abbracciare in modo radicale la semplicità-senza-affanni («non affannatevi»); vuole essere un invito a vivere nella fiducia di Dio, quella fiducia, quella fede che ci terrà lontano da ansie e da paure. Nel passo parallelo di Luca troviamo, infatti, queste espressioni: «e non state con l’animo in ansia… non temere, piccolo gregge…» (12,29.32).

 

«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). Il regno di Dio, la giustizia di Dio, sono beni essenziali per un uomo che crede, ed è Dio che ce li dona. Ora, cercare questi beni equivale a cercare Dio stesso.

Cercare Dio. Forse noi siamo un po’ abituati a questo linguaggio, per cui ne abbiamo smussato le punte. In realtà, chi è abituato ad occuparsi di fatti religiosi, sa che il parlare di “ricerca di Dio” ha una particolarità del tutto speciale. Normalmente le religioni, gli uomini di religione, non cercano Dio. Ritengono di averlo già nelle loro mani, il loro problema è allora come offrirlo agli altri, pur senza cessare di trattenerlo per sé; il loro problema è come gestire questa cosa, a loro dire preziosa, che si chiama “dio”. Dio è lì davanti a loro, possono toccarlo, possono riverirlo, custodirlo, proteggerlo. Non hanno da cercarlo perché è lì davanti ai loro occhi, se allungano la mano esso rientra nel raggio dei loro consueti contatti.

Qui, invece, si dice una cosa nuova, una cosa molto diversa: «Cercate Dio!».

 

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,

                                 invocatelo, mentre è vicino (Is 55,6).

 

I profeti ed i salmi hanno insegnato ai primi cristiani questa nuova religiosità, quella di chi cerca Dio con desiderio, un Dio che io non vedo, che io non afferro né con la mano né con la mente, anche se so, con certezza, che esiste.

Sant’Agostino, seguendo una delle più profonde tradizioni cristiane, ci ha detto di Lui: «Se tu pensi di avere compreso Dio, sappi che quello non è Dio».

Thomas Merton spiega a modo suo questa verità:

 O figli degli uomini! Non sapete che Dio non vuole esser veduto? Se solamente poteste vedere quanto dissimile è la nostra gloria dalla Sua, morreste d’amore per Lui… E dove possiamo trovarLo? Nell’istante in cui Lo abbiamo trovato, Egli è già lontano!

                                                                                 

Inafferrabilità di Dio. E perché questo? Perché «Dio non Lo troviamo che cercandoLo sempre. Dio resta sempre “Colui che viene cercato”» (De Lubac).

            Se riflettiamo su questo argomento sotto un’altra prospettiva, potremmo anche dire che Egli è Colui che si deve sempre attendere. E questo perché, come ha detto con estrema delicatezza qualcuna, «i beni più preziosi non devono essere cercati ma attesi» (S. Weil).