venerdì 17 febbraio 2012

PAOLO VI E IL CONCILIO

Quando nel mio libro "Una fede da reinventare" (Claudiana, Torino 1975) avanzai la "tesi" che Paolo VI era stato il primo papa ad annacquare e a osteggiare lo svolgimento, una interpretazione aperta e la "prosecuzione" del Concilio nella vita della chiesa cattolica, fui tacciato di estremismo. Io avevo ben presenti tutti i suoi interventi durante i lavori conciliari e la decisione di Paolo VI di porre fine improvvisamente al Concilio quando invece ferveva il dibattito. Ora leggo con gioia queste due pagine di Giovanni Franzoni e ritengo che i veri distruttori del Concilio siano proprio tre: Paolo VI, Wojtyla, Ratzinger.
Ecco una parte dello scritto di Giovanni Franzoni che riporto da "Il tetto" n° 286, dicembre 2011, pagg. 23-25:


Oggi, da più parti, anche nei nostri ambienti, si afferma spesso che furono Giovanni Paolo II e poi il cardinale Joseph Ratzinger, dal 2005 divenuto Benedetto XVI, a dare una sterzata per frenare i fermenti post-conciliari e imporre un'interpretazione minimalista e restrittiva del Vaticano II. Secondo me, invece, fu lo stesso Paolo VI a porre delle premesse perché il Concilio potesse essere, almeno in parte, addomesticato, e il post-Concilio raffreddato.
Quando - novembre 1964 - il Concilio finalmente si apprestava ad approvare solennemente la Costituzione sulla Chiesa, papa Montini obbligò ad allegare al testo una "Nota explicativa praevia" al terzo capitolo della Lumen gentium, quello appunto che affrontava il tema della collegialità, cioè i rapporti tra primato papale e potere del collegio episcopale. La Nota ribadiva, in modo esasperato, il potere papale, dando di questo una interpretazione che, in prospettiva, svuotava la collegialità episcopale pur affermata dalla Lumen gentium. Salvo eccezioni, la Curia romana sostenne poi che la "Nota praevia" era un atto del Concilio. Ma non è così: essa è un atto papale, di sola responsabilità di Paolo VI. Il Concilio ne ha semplicemente preso atto, ma senza fare suo, formalmente, tale testo.
Sempre a proposito della Lumen gentium: quando si arrivò a discutere del capitolo ottavo, che parla della Vergine Maria, l'episcopato polacco - guidato dal cardinale Stefan Wyszvnski - si batté energicamente perché nel testo la Vergine fosse proclamata "Madre della Chiesa". Un titolo che la maggioranza dei padri conciliari ritenne teologicamente insostenibile. I polacchi insistettero, gli altri pure. Infine, nel testo finale, il discusso titolo non c'era. Che fece, allora, Paolo VI? Nel discorso del 21 novembre 1964, dopo l'approvazione solenne della costituzione Lumen gentium, proclamò la Madonna «madre della Chiesa... e vogliamo che con tale titolo soavissimo ora innanzi la vergine venga ancor più onorata e invocata da tutto il popolo cristiano». E così, in un colpo solo, il pontefice scavalcava il Concilio che, a grande maggioranza, aveva respinto quel titolo, e faceva questo proprio mentre si approvava un testo che affermava la collegialità episcopale. ( ... ). Di fatto, cioè, mentre con il Concilio egli proclamava la collegialità. episcopale, ne dava una interpretazione personale minimizzante e una attuazione monca.
Altro scenario. Quando, con il decreto Presbyterorum ordinis, nella quarta sessione, ci apprestammo a discutere sul ministero e la vita sacerdotale, si dovette affrontare il problema del celibato obbligatorio per i preti della Chiesa latina. Emersero interventi del tutto favorevoli a mantenere la legge in vigore ma anche qualche intervento che prospettava l'ipotesi di quelli che, poi, si sarebbero chiamati, in latino, i viri probati, cioè uomini maturi, già inseriti nella vita professionale e padri di famiglia, da ordinare preti. Questi interventi "progressisti", per quanto rari, turbarono il papa che, allora, scrisse una lettera al consiglio di presidenza dei Concilio, chiedendogli di informare l'assemblea che il pontefice avocava a sé la questione del celibato sacerdotale; dunque, la discussione del Vaticano II in merito veniva troncata. Nel 1967, poi, papa Montini pubblicava l'enciclica Sacerdotalis caelibatus nella quale respingeva ogni ipotesi di cambiamento della legge in vigore. Ma tutti sanno che, da allora, per tutti questi 50 anni, la questione del celibato ha provocato infiniti dibattiti, molto malessere, molta sofferenza. Se il papa avesse lasciato piena libertà al Concilio, forse si sarebbe aperto il varco per una riforma. (…).
Anche sulla Gaudium et spes il papa fece un intervento autoritativo che provocò gravi conseguenze. Quando si discusse sui metodi moralmente legittimi per regolare le nascite, numerosi padri - Suenens e Maximos IV tra essi - sostennero che ai coniugi andava lasciata libertà di coscienza; tesi contraddetta da padri meno numerosi ma combattivi. Decisi a riaffermare la Casti connubii, l'enciclica con cui nel 1930 Pio XI dichiarava essere colpa grave impedire il normale processo generativo di un singolo atto coniugale, i padri "conservatori" si opposero in ogni modo alle proclamate aperture e innovazioni. I "progressisti" ribadirono che - era stata appena scoperta la "pillola" - non era saggio opporsi alla scienza, ed emettere sentenze in campo così opinabile. Apparve chiaro che la grande maggioranza del Concilio era a favore delle tesi "aperte".
Intervenne allora Paolo VI, ed avocò a sé la determinazione dei mezzi moralmente leciti per regolare le nascite. Il che fece con l'enciclica Humanae vitae di cui parleremo poi.
Ricorderò, infine, che molti padri, ormai affascinati dal dibattito conciliare, e ogni giorno più consapevoli della posta in gioco, speravano che, dopo la quarta sessione, altre ancora ce ne fossero. Ma aprendo quella, il segretario del Concilio, monsignor Pericle Felici (…) annunciò che la quarta sessione era l'ultima, "sarà l'ultima".Così ovviamente, aveva deciso Paolo VI, che temeva che il protrarsi del Vaticano Il avrebbe fatto ombra all'autorità papale.
Da questi pochi esempi (altri se ne potrebbero addurre) risulta abbastanza evidente che fu Paolo VI a fare delle scelte che amputarono il Concilio delle sue potenzialità, ponendo le premesse per una interpretazione riduttiva dei documenti del Vaticano II. Dunque Wojtyla e Ratzinger poterono, poi, riferirsi a lui per portare avanti una attuazione restrittiva e limitativa del Concilio.