domenica 12 febbraio 2012

PREGARE INSIEME

“Ma a quali condizioni è possibile convocare credenti di diversa fede e religione a pregare per la pace? Quando fu organizzato l’incontro del 1986, in risposta alle diverse contestazioni sollevate nei confronti dell’iniziativa papale si affermò con insistenza che il pellegrinaggio ad Assisi non era voluto per “pregare insieme”, ma per “stare insieme per pregare”. In tal modo si è ribadita l’impossibilità di una preghiera comune, perché questa è possibile solo tra cristiani di diverse confessioni, che riconoscono il Dio trinitario e confessano come unico salvatore Gesù Cristo. I cristiani non possono fare proprie le formulazioni di preghiera di altre religioni e, reciprocamente, gli altri non vorrebero certo adottare le preghiere cristiane. La preghiera, eloquenza della propria fede, ci chiede di pregare insieme come cristiani che confessano la fede espressa nel Credo apostolico; ci chiede anche di pregare insieme tra ebrei e cristiani (almeno attraverso i salmi), figli gemelli dell’Antico Testamento che confessano lo stesso Dio e attendono da lui la piena redenzione. Ci è però impedito di fare una preghiera comune e pubblica con credenti di altre religioni: l’unica cosa che ci è sempre possibile condividere con tutti è un silenzio adorante vissuto gli uni accanto agli altri, nella certezza che Dio vede, unisce, accoglie ciò che sale dal cuore umano come desiderio di bene e salvezza. Dio conosce chi cerca il suo volto: lui certo vede e crea una comunione che noi non possiamo né misurare né riconoscere”. Così Enzo Bianchi ad Assisi, la vigilia dell’incontro tra le religioni (La Stampa del 26 ottobre).

Non mi convince. La preghiera non è necessariamente pensare a Dio allo stesso modo. Non è avere la stessa teoria teologica. Può essere benissimo rivolgersi insieme, anche con parole condivise, e con lo stesso sentimento, a Dio che pure pensiamo in modi diversi e tutti sempre inferiori alla sua piena verità (anche per i cristiani, Dio resta al di sopra della nostra concezione, che riteniamo vera, dataci da Gesù, ma sempre perfettibile, approssimata, e anche con differenze non piccole tra noi).

Si può essere davvero uniti nella relazione verso il mistero anche se non abbiamo lo stesso identico pensiero. Anche le persone della stessa religione e della stessa confessione, pensano Dio secondo concetti a volte ben diversi. Altrimenti, le religioni sarebbero unite solo nell’operare il bene, così come ciascuna lo conosce? Certo, ma nell’operare il bene, io credente posso essere unito anche con chi proprio non crede, e dunque non prega, non invoca nessuno. Io credo che c’è una forma di preghiera, più spirituale che concettuale, comune a ogni spirito religiosamente teso e sincero. Mi sembra che meriti riconoscerla, valorizzarla, e al momento giusto praticarla.

Enrico Peyretti

 

Voglio dire umilmente la mia opinione. Da Enzo Bianchi mi separo, a livello teologico, anni luce su almeno due punti: io molto spesso e volentieri prego con cristiani che non riconoscono la trinità e non pensano affatto che Gesù sia l’unico salvatore. Posso adorare Dio senza esprimere la mia fede nella formulazione del dogma trinitario. Così posso cercare di vivere come discepolo di Gesù di Nazareth senza pensarlo come unico salvatore. La teologia del pluralismo religioso, da quasi 30 anni, ci ha allargato l’orizzonte. Non tradisco la mia identità di cristiano se riconosco con gioia che Dio ha aperto nel mondo tante vie di salvezza.

E poi... non vincoliamo la nostra preghiera personale, comunitaria, anche quella pubblica, a regole ecclesiastiche che puzzano di esclusività e di superiorità. Lasciateci pregare in pace e libertà.