Riporto da Adista del 4 febbraio questo testo di suor Jeannine Gramick che ho avuto la gioia di incontrare a Torino alcuni anni fa.
Il coming out è argomento di molti tra gli articoli presenti nella newsletter (rivolta alle suore lesbiche, ma anche ai superiori religiosi e ai formatori delle congregazioni, ndt) che viene distribuita da oltre vent'anni. Alcune suore che scrivono sulla newsletter usano un soprannome, altre solo il nome, altre invece si firmano per esteso, con il nome della comunità e spesso con la fotografia.
Dai testi della newsletter prendo un racconto molto toccante di suor Linda Taylor, suora di S. Giuseppe, che ha scritto una testimonianza molto bella sul suo coming out.
Cito dal suo scritto: «Avevo vissuto da lesbica nel silenzio per 50 anni. Avevo paura che definirmi lesbica mi avrebbe portato fuori dalla mia comunità e una tale possibilità mi procurava un dolore indicibile. Quando ero più giovane, sapendo già di essere lesbica, portavo con me il segreto come fosse una moneta nella mia tasca. L'avrei tirata fuori al momento giusto. Ma in realtà ero felice di avere quella moneta nella tasca. Dopo molti anni, e comunque solo dopo aver incontrato alcune donne lesbiche che erano contente ed orgogliose di esserlo, i miei sentimenti cominciarono a cambiare. La mia moneta era diventata pesante come un container pieno di dollari. E quei dollari avevano cominciato ad occupare ogni angolo libero dei miei pensieri.
I miei pensieri erano ormai pieni di tasche e di dollari. Arrivai così ad un punto di svolta. Un giorno, seduta nella mia stanza, pensai di andare nell'armadio a pregare. Perché non pregare in quel piccolo spazio con le ante in legno. dato che era lì che vivevo? Chiedendomi come sarebbe stato, mi strinsi nell'angusto spazio e chiusi le ante. Cominciai a notare piccoli fasci di luce che filtravano attraverso le fessure delle ante. Guardai la mia stanza attraverso le fessure e vidi che era piena di luce. E pensai: "Perché sono qui al buio quando potrei essere fuori a godere della luce del sole? Immaginai una delle sorelle della comunità che mi domandava: "Linda, che ci fai nell'armadio? Esci fuori!". Avvertii una profonda tristezza. Tutti i miei sforzi per nascondere la mia identità di lesbica mi avevano portato a far sì che conoscessero solo la metà di me. Pensai quindi che tutte le persone lesbiche o gay che conoscevo e che erano fuori stavano rischiando il tutto per tutto sulla loro pelle. Sentii nel profondo di voler essere come loro. Pensai: "Non voglio morire nell'armadio!". Pregare nell'armadio quel giorno è stato l'inizio della consapevolezza di voler gradualmente uscire fuori, trovare il modo di integrare il mio essere lesbica con la mia vita religiosa. Nel considerare la mia vita religiosa così come si è svolta a seguito dei passi che ho intrapreso per uscire letteralmente dall'armadio della mia camera da letto, sto sperimentando una gioia e un entusiasmo che prima non avevo mai neanche immaginato». ( ... ).
Ci possiamo domandare: se tutte le suore lesbiche sperimentano questo senso di gioia e di entusiasmo per la vita, un senso di libertà e di grazia derivante dal coming out, perché non tutte lo fanno? La risposta ha a che fare con i rischi legati al coming out. Nella maggior parte dei casi, le suore lesbiche esitano ad uscire allo scoperto perché temono di perdere il proprio ministero. Ed è il ministero a cui sono profondamente legate: aiutare le persone. Temono che possa venir loro impedito.
Inoltre, alcune temono di infangare la reputazione della comunità religiosa di appartenenza e questo è profondamente frustrante. Tale timore tradisce la nostra cultura eterosessuale. Essere lesbica è un bene tanto quanto essere etero: perché la reputazione della comunità religiosa dovrebbe essere minacciata? Per la reputazione è indifferente che ci si trovi di fronte a un sistema eterosessuale o alla presenza di suore lesbiche.