giovedì 17 maggio 2012

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA

                    SEGNI, NON MIRACOLI

 

Marco 16,15-20

 15E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

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La promessa

Una mano successiva, con tutta probabilità, ha aggiunto al capitolo 16 i versetti dal 9 al 20. Anzi, sono evidenti più interventi redazionali in uno stile letterario diverso.

L’ultima conclusione del Vangelo di Marco, specialmente i versetti dal 15 al 20, denotano una situazione ben posteriore ai tempi del Vangelo di Marco. Ormai si sta organizzando “la missione” e lo stesso battesimo, accolto o rifiutato, viene già descritto come uno spartiacque istituzionalizzato. Questi particolari sono lontani anni luce dal pensiero di Gesù. Ma, a parte questa cornice storica che ha già un certo sapore “ecclesiastico”, i versetti 17 e 18 ci riconducono alla prassi di vita di Gesù. Si tratta di un linguaggio per immagini, estremamente espressivo, che viene annunciato e proclamato come una promessa. Il significato è evidente: chi avrà aderito al messaggio di Gesù, vedrà fiorire l’albero della propria vita e ne constaterà i frutti. Per i quattro gatti che costituivano il gruppo di Marco, questa promessa suonava come un invito alla apertura, alla fiducia, all’azione.

Si noti: non si parla di miracoli o di “opere potenti”, ma di “segni”. Cacciare i demoni era sinonimo di liberare le persone dalle mille possibili catene. Parlare lingue nuove significava la possibilità di comunicare all’esterno, di instaurare un dialogo fuori dal proprio recinto. Prendere in mano serpenti o non essere  avvelenato da una bevanda mortifera esprime la capacità di far fronte alle mille opposizioni che il discepolo avrebbe incontrato nella sequela di Gesù. Ancora più vicino alla pratica di Gesù è l’imposizione delle mani come  forza guaritrice.

Con queste immagini,  così lontane dal nostro linguaggio ma tipiche della cultura  del tempo, il redattore finale del Vangelo incoraggiava la sua comunità a non rinchiudersi nel gruppo, a non avere paura delle opposizioni, a scommettere con fiducia “nel nome di Gesù”. Senza questa “spinta” e questa prospettiva la vita comunitaria poteva rischiare la paralisi oppure addirittura  l’estinzione.

Ma c’è di più: la comunità di Gesù non deve dare spettacolo di potenza, ma deve vivere immersa nella esistenza quotidiana del popolo, condividere le stesse difficoltà e gli stessi pericoli del viaggio.

 

Immersione nella vita reale del popolo povero

La lezione non ha perso validità e il richiamo è quanto mai attuale.

Uno dei guai che ha compromesso la predicazione e la testimonianza cristiana è proprio questa separazione, questa lontananza che l’istituzione ufficiale ecclesiastica ha creato dalla vita reale della gente.  Una triste storia di secoli ha prodotto una casta celibe separata, collocata nella sfera del sacro. Essa dà spettacolo, fa bella mostra di sé, elabora una dottrina ufficiale, detta le regole del vivere.

Ho sempre pensato che questa estraniazione renda la predicazione dottrinaria, aerea, astratta. Solo quando paghi l’affitto o il mutuo, solo quando conosci che cosa sono le bollette della luce, del gas, del telefono…….,sai fare la spesa e provvedere ad una casa, solo allora parli di cose reali e non sopra le nuvole: perché hai i piedi per terra.

Più  sali in “ordine sacro”, più sei esentato dai vincoli della vera umanità e questo “furto di umanità” incide nella predicazione. Il Vangelo fiorisce e porta frutto dove esso è testimoniato da persone vive, incarnate, partecipi dell’avventura umana in tutte le sue dimensioni. Troppe bambole di gesso, troppi santini, troppi esseri esangui e spiritualizzati sono diventati sciaguratamente modelli ed esempi di vita cristiana.

 

Andate

Correttamente inteso, il pressante invito di Gesù non è  l’invio  in una operazione di conquista o di proselitismo: si tratta di non rimanere ancorati al passato, alla nostalgia o alla ripetizione. La vita e la fede sono un viaggio e questo “sapore dell’inedito”, questa voglia di tentare strade nuove, la consapevolezza che dobbiamo vivere in un contesto in forte evoluzione, ci pone in un atteggiamento di apertura e disponibilità al cambiamento.

La predicazione, la catechesi e la riflessione teologica non possono più  ridursi alla ripetizione delle antiche formulazioni dei primi concili. Non posso più recitare il catechismo e ripetere le solite storielle sul diavolo, sull’angelo custode, sulle apparizioni, sulla sindone……

La responsabilità è proprio questa: o la fede si rinnova dentro il vissuto di oggi, nella incerta navigazione degli uomini e delle donne oppure ci portiamo dietro un carro di documenti, di devozioni e di reliquie del passato. Mi domando, per esempio: quanti preti dall’altare ricorderanno questa domenica la giornata internazionale  contro le violenze perpetrate sui gay e sulle lesbiche?

Ti prego, o  Dio

Donaci il coraggio di guardare avanti con fiducia, amando questo tempo con i suoi doni e i suoi danni. Liberaci dalla pigrizia di chi si rifugia in una tradizione e la usa come tradizionalismo, come dogma. Sostieni il cammino di quelle donne e di quegli uomini che, facendo tesoro del passato, non ne fanno un idolo. Alla scuola di Gesù, accompagnaci in quel sentiero difficile in cui impariamo a liberarci di quanto impedisce o attarda il nostro cammino.