sabato 2 giugno 2012

Il vento, metafora del cambiamento

Il vento freddo le mozzava il respiro, rubandoglielo prima ancora che avesse il tempo di mandarlo giù, e allora abbassò la testa anche lei, la mano sul cappello, inabissandosi nel vento e immaginando di perdere terreno un passo dopo l'altro, arrivare lentamente a un punto morto e poi scivolare all'indietro: una breve lotta per resistere e di nuovo quella spinta all'indietro. In chiesa aveva pregato di potersi accontentare di quello che aveva. Aveva trent'anni, e nessun marito in vista. Un buon lavoro, un padre che stava invecchiando, un fratello scapolo, pochi buoni amici. Almeno, aveva pregato umilmente, onestamente, seriamente - fa' che possa accontentarmi di quello che ho.
E adesso questa bufera da comica del muto, degna di Harold Lloyd o Buster Keaton.
O era la risposta di Dio o era semplicemente aprile di nuovo, in quel tunnel di vento che era il centro di Manhattan. Il suo profumo, il profumo pasquale di aprile nella città, tutt'intorno a lei, nell'aria fredda, sulle spalle della gente; odore di sole e sporcizia, e al cuore di tutto una sensazione di calore.
E poi sentì la mano di lui sulla spalla e lui che gridava - Mary Rose - e visto che in nessun altro luogo tollerava il nome composto quel grido lo legò indissolubilmente a suo fratello, a suo padre e alla sua vita a casa. Lui aveva ancora la testa abbassata, la mano ancora sul cappello - forse stava aspettando l'occasione per toglierselo - e la scrutò da sotto la tesa come da un'altra vita, una vita pesante come un macigno.
E lei, tenendosi il cappello da dietro, fece lo stesso.
- Ciao, George, - disse. Sentiva la polvere cittadina scricchiare tra i molari.
- Che vento, - disse lui. Aveva un occhio chiuso per ripararsi, l'altro lacrimava.
- Da non credere, - disse lei.
Alice Mcdermott, Dopo tutto questo, Einaudi, 2009, pp. 3-4

(da L'eco delle valli valdesi, 11 maggio)