Secondo le parole di Tamayo, «il Concilio fu una breve primavera alla quale è seguito un lungo inverno, che dura da più dì quarant'anni». Di fronte agli eccessi di allora, Paolo VI, che aveva condotto il Concilio a conclusione, da intellettuale esitante, si intimorì e cominciò a tirare il freno, in una processo d'i avanzamenti e retrocessioni. Poi, ormai con Giovanni Paolo II, ha preso piede l'involuzione, con l'avvio di «un programma di calcolata restaurazione». E' stato accentuato il carattere gerarchico-papale della Chiesa, è stata arginata la libertà di ricerca teologica - molti teologi sono stati condannati - passando dal pensiero critico al pensiero unico e dogmatico; la Curia ha riacquistato potere; i vescovi conciliari sono stati sostituiti da vescovi fedeli al neoconservatorismo e al Vaticano.
Con Benedetto XVI che ha rappresentato una sorpresa per la sua umanità, per le misure forti contro il clero pedofilo, per l'ammirazione che suscita in molti intellettuali, il cammino dell'involuzione prosegue: restaurazione della Messa in latino, negoziati con i lefebvriani, condanna di teologi, centralizzazione. Di fronte alla grave crisi che attraversa oggi la Chiesa, molti chiedono un nuovo concilio: un Vaticano III, convocato da un Giovanni XXIV. Ma c'è chi ricorda, fra altre obiezioni, la questione finanziaria: un nuovo concilio costerebbe troppo. Ci si chiede allora se non dovrebbe darsi almeno la convocazione dei presidenti delle Conferenze episcopali - c'è chi, a ragione, mette in questione l'utilità del cardinalato, per risolvere problemi urgenti: gli scandali in Vaticano, il celibato, il posto della donna nella Chiesa, la riforma di strutture ecclesiastiche, una maggiore decentralizzazione, un linguaggio nuovo per esprimere la fede, le nuove questioni poste dalla globalizzazione e dalle nuove tecnologie, sia nel campo della comunicazione sia nei campo della vita.
Anselmo Borges
(da Adista, 28 luglio)