La notizia della Lettera inviata a papa Francesco da 26 donne, che dicono di essere coinvolte in relazioni di amore con presbiteri o religiosi, è stata ampiamente ripresa dalla stampa; al di là della ‘curiosità’ che essa ha suscitato, vorremmo ‘tenerla a caldo’ per cercare di offrire un nostro piccolo contributo all’approfondimento del tema.
Una prima reazione in ambito ecclesiastico potrebbe essere quella di considerare il fatto sul piano etico; ci troveremmo di fronte a una situazione moralmente scorretta, ovvero peccaminosa, perché i preti, intrattenendo una relazione di amore con una donna, stanno mancando a un impegno che avevano assunto accettando la legge del celibato. Siccome non si tratterebbe di un fatto nuovo dato che, nell’arco della storia, sono esistite sempre delle violazioni a impegni presi, dette ‘mancanze’ debbono essere sanate dalla confessione sacramentale con l’impegno “di non commetterle mai più”. In questo contesto il papa potrebbe rispondere sia ai preti che alle donne: “siamo comprensivi di fronte alla debolezza umana, ma il migliore antidoto resta quello di riconoscere il proprio errore, andarsi a confessare e impegnarsi a interrompere la suddetta relazione”. In questo modo verrebbe confermata l’istituzione della legge del celibato, rispetto alla quale si prende atto che possono esistere delle inadempienze, frutto della debolezza umana.
Una seconda reazione potrebbe essere quella di cercare di capire se la situazione sopra delineata, non senza escludere possibili responsabilità personali, non possa essere valutata da un altro punto di vista. La condizione celibataria, che è stata accettata nel momento in cui ci si è preparati al ministero ordinato, potrebbe cominciare a essere vissuta come non necessaria all’esercizio del ministero nel momento in cui si sperimenta che l’amore che può legare a una persona non si oppone - di per sé - al servizio pastorale che si offre alla comunità. Certamente la tipologia dei casi è ampia; può capitare che una relazione di amore nasca all’esterno del contesto pastorale; ma, va messo in conto anche il caso (non infrequente) in cui l’esperienza di amore possa fiorire all’interno di una collaborazione nel servizio pastorale e potrebbe favorire una ulteriore qualificazione di esso. Certo, sullo sfondo vanno considerate anche quelle situazioni nelle quali il presbitero, sapendo di non potere intrattenere una relazione univoca e duratura, si avventura in episodiche esperienze, che risultano compromesse fin dall’inizio come occasionali e senza futuro e che sembrano caratterizzarsi come immaturamente adolescenziali.
Per favorire la riflessione vale la pena ricordare che , quando nel 2010 la comunità di S. Saverio ha affrontato il problema ha sottolineato che la legge del celibato è una legge ecclesiastica ancora in vigore presso la chiesa cattolica (non presso la chiesa ortodossa, né presso la chiesa evangelica); detta legge ha caratterizzato soprattutto la storia del secondo millennio ma non è riconducibile né alla prassi primitiva delle Chiese, che, con alterne vicende per quasi un millennio, hanno accettato il prete sposato; né alla Scrittura che, almeno in due testi del Nuovo Testamento prevede tranquillamente che l’episcopo e il presbitero siano sposati e che anzi, proprio l’aver dato buona prova nel dirigere la propria famiglia, costituisce una buona condizione per il ministero ecclesiale: “Il vescovo sia irreprensibile, sposato una sola volta, sobrio, prudente, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio” (I Timoteo 3, 2-5; ma cf anche Tito 1, 6)”.
Inoltre il documento preparato dall’assemblea permanente di S. Saverio, senza escludere che il ministero potesse continuare a essere dato a persone che hanno il carisma del celibato, poneva due domande; la prima: se non fosse venuto il momento di considerare di potere dare il ministero presbiterale a persone sposate e che abbiano dato buona prova nella loro esperienza coniugale e familiare; la seconda: se non fosse il caso di dare l’opportunità ai preti, obbligati a interrompere il ministero per potere sposarsi, di riprendere il proprio ministero. La maggior parte delle persone hanno votato esprimendo parere favorevole a tutte e due le possibilità.
Al di là dei casi, più o meno numerosi, ci chiediamo se non sia venuto il momento di ripensare il dato istituzionale della legge sul celibato; probabilmente siamo dinanzi a una svolta, che richiede maturazione e adattamenti; ma, come viene riconosciuto nei processi storico-culturali, i fatti avvengono non a caso o solo per debolezza o infedeltà; può darsi che è venuto il momento di riconoscere che accanto al modello del presbitero celibe si possa dare spazio al modello del presbitero uxorato; cosa che
La recente messa in discussione di tante tematiche, finora considerate intoccabili, sollecitata dal questionario dell’episcopato in vista del sinodo dei vescovi sulla famiglia; l’invito di papa Francesco ad avere misericordia rivolgendo attenzione alle persone nelle loro difficoltà; ma soprattutto l’annunzio evangelico di Gesù che la legge (il sabato, il tempio… ma anche la legge ecclesiastica del celibato!) è per l’uomo e non l’uomo per la legge … ci fanno ben sperare che qualcosa possa cambiare; il duplice modello del presbitero celibe e uxorato (fin dall’inizio del ministero o maturato strada facendo) è soltanto un arricchimento per tutti!
Palermo 1 giugno 2014
Testo approvato dalla comunità
San Francesco Saverio di Palermo