martedì 17 giugno 2014

TRANSFAMILY - QUANDO LA LEGGE ITALIANA NON GARANTISCE I DIRITTI


Vite in movimento. Uomini e donne che affrontano un doloroso viaggio, alterando la propria esistenza e gli affetti, rompendo o cementando i rapporti. Da uomo a donna, da donna a uomo. Dopo il caso delle due Alessandre, autorizzate a rimanere insieme nonostante il cambio di sesso di una di loro, ecco le storie delle altre e degli altri. Spesso di mezzo ci sono anche i figli, che soffrono pur cercando di capire. Ora la battaglia è sul passaggio di identità, che viene concesso soltanto a chi accetta di operarsi.

(Repubblica 13 giugno)

 


Non tutte le famiglie felici sono uguali. La storia di Alessandra e Alessandra racconta anche questo: ci sono modi di stare insieme, di volersi bene, di vivere, di condividere, che la società riconosce ma che per lo Stato restano senza diritti. Proprio per questo il Parlamento deve assumersi le proprie responsabilità. Dichiarando illegittima la norma che annulla le nozze se uno dei due coniugi cambia sesso, la Consulta invita per l'ennesima volta il legislatore a colmare un grave vuoto normativo e a proporre "con massima sollecitudine" norme sulle unioni civili. Dato che in Italia il matrimonio omosessuale non è riconosciuto, non è infatti possibile mantenere il matrimonio quando uno dei due sposi cambia sesso, nonostante la volontà di entrambi i coniugi, proprio come nel caso di Alessandra (Bernaroli) e della moglie Alessandra — la coppia di Bologna che aveva fatto ricorso alla Corte Costituzionale dopo l'annullamento d'ufficio del proprio matrimonio. Ma non è nemmeno legittimo, in uno stato di diritto, obbligare una coppia a passare dalla massima protezione garantita dal matrimonio ad una situazione di estrema indeterminatezza, soprattutto quando due persone si amano, si sono promesse reciproca assistenza, si sono sposate. Conclusione: si deve trovare una soluzione giuridica che permetta a tutti e tutte, eterosessuali, omosessuali e trans, di veder garantiti e protetti i propri diritti e i propri doveri. È un problema di rispetto della dignità di tutti i cittadini e di accesso egalitario alla democrazia. È una questione di civiltà.

Dopo la recente decisione che ha definitivamente smontato la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, la Corte costituzionale, ancora una volta, ribadisce come le legge italiana non sia in grado di garantire, come recita la nostra Costituzione, i diritti inviolabili dei cittadini sia come singoli sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la loro personalità. Ancora una volta, viene sottolineata l'esistenza di un imbarazzante vuoto normativo in materia etica, come se ci si potesse permettere di affrontare con coraggio e innovazione solo le questioni economiche, senza rendersi conto che, quando non si garantiscono a tutti e a tutte gli stessi diritti, è lo stesso "vivere-insieme" che si sbriciola. Se non si hanno gli stessi diritti e se non si ha la possibilità materiale di farli valere, è la propria dignità che non viene rispettata. Ecco perché, tra i compiti del Parlamento e del Governo, c'è anche quello di lottare contro ogni forma di discriminazione: l'accesso alla democrazia non deve dipendere né dal colore della pelle, né dal proprio stato di salute, né dalla religione, né dal sesso, né dall'orientamento sessuale.

Prima o poi, bisognerà che l'Italia decida in quale direzione vuole andare rispetto alla questione dei diritti civili. Perché se non si tutela l'uguaglianza si perde un pezzo di democrazia. Nonostante le grandi dichiarazioni di principio, il nostro paese non ha coraggio. Sono tantissime le persone che aspettano una risposta alle proprie legittime domande. Che hanno avuto pazienza. E che di pazienza, però, oggi non ne hanno più. Perché c'è sempre qualcos'altro da fare? Perché ci sono persone che aspettano di essere riconosciute per quello che sono e che, forse, arriveranno alla fine senza aver ottenuto rispetto e riconoscimento?

Chi pensa che questa non sia una priorità, forse dimentica che "non di solo pane vive l'uomo". E che occuparsi di chi è "diverso", ma "uguale" in termini di diritti, fa parte del codice genetico della sinistra. Lavoro, occupazione, rilancio dell'economia. Ma anche lotta contro la corruzione, questione morale, battaglia per l'uguaglianza dei diritti. I due piani non sono in contraddizione. Anzi. Vanno di pari passo. Per la costruzione di quella che ormai suona tristemente come una formula vuota: giustizia sociale .

(Michela Marzano, Repubblica13 giugno)