sabato 19 luglio 2014

I bambini di Gaza vittime alla deriva

IL MESTIERE DEL GIORNALISTA E' DIRE LA VERITA': PER TESTIMONIARE LA CORRUZIONE, L'INGLUSTIZIA, L'ILLEGALITA', LA NEGLIGENZA, LA DISONESTA' E L'AVIDITA' dei governanti, delle autorità, del business. Ma significa anche dire la verità sulle vite «ordinarie» della gente e sulle conseguenze che possono avere le decisioni e i provvedimenti del potere rispetto a chi il potere non ce l'ha. Quando diventai corrispondente del Guardian da Gerusalemme, nel maggio 2010, questi erano i valori che mi ispiravano. Sapevo che seguire il conflitto fra Israele e Palestina significava scrivere della politica di entrambe le parti in gioco, del contesto di quell'area e degli sforzi diplomatici per trovare una soluzione. Ma volevo anche raccontare le storie delle persone che quotidianamente erano condizionate dal conflitto, nella loro vita. Volevo raccontare il punto di vista di una madre a Gaza, di un imprenditore della West Bank, o di un passeggero sull'autobus israeliano, terrorizzato da una bomba. I bambini, vittime innocenti del conflitto, erano il fulcro di questo istinto giornalistico. Pochi mesi prima di trasferirmi a Gerusalemme, scrissi un articolo sull'impatto della guerra 2008 -2009 a Gaza e sulle vite dei bambini. Il titolo, «Bambini alla deriva», riflette sia la devastazione psicologica che l'impatto fisico legati alla brutalità di quegli scontri durati tre settimane.
Nei mesi e negli anni successivi, diventai sempre più consapevole degli effetti dell'occupazione israeliana sulle giovani vite, e di quanto questa situazione limiti gli orizzonti e bruci le speranze. Per questo ho deciso di scriverne; Figli dell'occupazione è stato l'ultimo articolo che ho pubblicato come corrispondente da li. Dare voce a chi è raramente ascoltato rimane uno dei compiti più importanti dei giornalisti.
Harriett Sherwood

(L'Unità 1° luglio)