sabato 21 marzo 2015

GIUBILEO. UNA GRANDE OCCASIONE

La pro­cla­ma­zione di un Giu­bi­leo straor­di­na­rio, a soli 15 anni da quello del 2000, ha un signi­fi­cato poli­tico di grande rilievo eppure sot­to­va­lu­tato dai primi com­menti su que­sto evento voluto da un papa che non fini­sce di stu­pire. La cir­co­stanza che lo fa cadere nel 50° della chiu­sura del Con­ci­lio Vati­cano II ha forse un valore sim­bo­lico, ma rischia di met­terci fuori strada. Il Giu­bi­leo ha, nella sua acce­zione e pra­tica ori­gi­nale, una grande valenza rivoluzionaria.
Una valenza rivo­lu­zio­na­ria come nei suoi scritti ha spie­gato con chia­rezza e pro­fonda ese­gesi biblica Gio­vanni Fran­zoni (vedi "I beni comuni", Roma, 2006). Gli israe­liti smi­sero pre­sto di praticarlo, la Chiesa cat­to­lica l'ha tra­sfor­mato in un evento pura­mente spi­ri­tuale o di con­ferma del potere eccle­sia­stico, svuo­tan­dolo del suo pro­fondo signi­fi­cato sociale e politico.
«Voi san­ti­fi­che­rete il 50° anno e pro­cla­me­rete la libertà nel paese per tutti i suoi abi­tanti. Sarà per voi un giu­bi­leo e ognuno di voi tor­nerà in pos­sesso delle sue terre e cia­scun israe­lita rien­trerà nella sua fami­glia. Que­sto è il giu­bi­leo, che cele­bre­rete ogni 50° anno, durante il quale non semi­ne­rete, e non mie­te­rete quello che è nato da sé e non ven­dem­mie­rete le viti che non sono state potate: è il giu­bi­leo, anno sacro per voi: man­ge­rete quello che la cam­pa­gna pro­duce spon­ta­nea­mente. In quest'anno del giu­bi­leo cia­scuno di voi torni in pos­sesso delle sue terre».
Que­sto passo del Levi­tico (25; 10–14) com­por­tava la redi­stri­bu­zione delle terre, il con­dono dei debiti e la con­se­guente libe­ra­zione degli schiavi (il debito ha sem­pre pro­dotto forme di schia­vitù), ed infine la messa a riposo della terra per rico­struirne la fer­ti­lità. Aveva un limite etnico: vale solo per gli israe­liti e non per gli stra­nieri (quelli che nel Levi­tico ven­gono chia­mati "i fore­stieri"). Pratiche simili erano pre­senti in altre società meso­po­ta­mi­che, com­preso l'Egitto prima dei faraoni, per­ché le cosid­dette società arcai­che ave­vano ben chiaro che un pro­cesso infi­nito di inde­bi­ta­mento (vedi David Grae­ber, "Debito: i primi 5000 anni"), di accu­mu­la­zione di terre in mano di pochi e lo sfrut­ta­mento della fer­ti­lità della terra dove­vano avere un limite tem­po­rale ed essere messe in discussione.
Il Giu­bi­leo era in sostanza un modo, per dirla con Karl Pola­nyi, con cui la società si dotava di uno stru­mento di auto­di­fesa per evi­tare che lo sfrut­ta­mento e l'ingiustizia dive­nis­sero insop­por­ta­bili, che si met­tesse in crisi la con­vi­venza paci­fica di una comu­nità.
La nostra ipo­tesi è che papa Fran­ce­sco abbia voluto pro­cla­mare que­sto Giu­bi­leo in linea con le sue prese di posi­zione con­tro la guerra e l'industria bel­lica, la glo­ba­liz­za­zione dell'indifferenza e la denun­cia dell'ingiustizia sociale, il valore della soli­da­rietà verso le fasce più deboli della popolazione, a par­tire dai pro­fu­ghi per guerre e fame. Se fosse vero, se que­sto fosse il suo fine ultimo, sarebbe un Giu­bi­leo straor­di­na­rio per rispon­dere al disa­stro sociale e ambien­tale del nostro tempo. Allo stesso tempo, segne­rebbe una svolta epo­cale nella sto­ria della chiesa cat­to­lica, nella dire­zione richie­sta da tanto tempo dalla teo­lo­gia della libe­ra­zione, da cui que­sto papa argen­tino è stato influen­zato anche se non si è mai schie­rato aper­ta­mente su que­sto fronte. Se invece dovesse pre­va­lere l'aspetto magico-sacrale, il rito ste­ri­liz­zato, l'estetica auto­re­fe­ren­ziale, sarebbe non solo la grande occa­sione spre­cata da que­sto papa, ma una per­dita per tutta l'umanità.
Di fronte a disu­gua­glianze cre­scenti, a foco­lai di guerre e con­flitti che si mol­ti­pli­cano, al muta­mento cli­ma­tico indotto dallo sfrut­ta­mento scel­le­rato delle risorse natu­rali, i nostri gover­nanti ci pro­pon­gono da decenni una sola ricetta: la cre­scita eco­no­mica. Vale a dire: la per­pe­tua­zione in eterno di que­sto modello capi­ta­li­stico di sfrut­ta­mento delle risorse umane e natu­rali. C'è qual­cuno dotato di buon senso che possa pen­sare che il debito inso­ste­ni­bile di molti Stati (e non solo in Europa), la pola­riz­za­zione sociale o lo sfrut­ta­mento della terra pos­sano tro­vare rispo­ste nella ripresa del tasso di cre­scita del Pil? E' vero il con­tra­rio, come i dati di que­sti ultimi decenni dimo­strano. Cre­scita jobless, più cre­scita eco­no­mica uguale più inqui­na­mento, cre­scita eco­no­mica sem­pre più legata all'espansione della sfera finan­zia­ria, che accen­tua la spe­re­qua­zione tra le classi sociali ed i paesi.
Oggi più che mai nella sto­ria abbiamo biso­gno di una redi­stri­bu­zione della ric­chezza, di una liberazione dalla schia­vitù del debito (degli Stati come delle fami­glie), di una ricon­ci­lia­zione con la Natura ed il rispetto dell'ecosistema. I valori del Giu­bi­leo pos­sono costi­tuire l'architrave di un programma poli­tico per i nostri tempi, l'unico in grado di sal­varci dalla cata­strofe verso cui stiamo andando, l'unico in grado di per­met­terci di "Restare Umani" come scri­veva e chie­deva Vit­to­rio Arrigoni.
Tonino Perna

(Il Manifesto 17 marzo)