Integralismo buddista e nazionalismo sono movimenti in forte crescita in reazione alla recente apertura politica ed economica del Myanmar, paese su cui il mondo ha puntato gli occhi da quando, nel 2010, i militari - al potere in forma diretta o indiretta dal 1962 - hanno concesso elezioni e in seguito approvato la formazione di un governo semi-civile che si è dimostrato riformatore in più momenti, ad esempio liberando centinaia di prigionieri politici, oltre che riducendo il controllo della censura e concedendo più libertà d'espressione.
È sulla paura che punta la ma-ba-tha, protagonista della campagna contro i tre gestori del bar condannati. L'associazione è vicina a U Wirathu, leader molto popolare del movimento nazionalista 969, salito alla ribalta delle cronache per esser stato definito dal Time «il volto del terrore buddista» e più recentemente per aver chiamato «puttana» Yanghee Lee, l'inviata speciale dell'Onu per i diritti umani in Myanmar.
L'antagonista principale del movimento nazionalista è la comunità musulmana, stimata al 5 per cento della popolazione, contro il 90 per cento buddista. A maggio l'Onu pubblicherà i risultati del primo censimento nazionale svolto in trent'anni, pronto a infiammare ulteriormente lo scenario già fragile.
Più di 240 persone sono morte in conflitti tra buddisti e musulmani, e a centinaia di migliaia sono rimasti senza abitazione e lavoro.
Un processo di secolarizzazione è iniziato, ma la religione buddista mantiene una grande influenza politica in Myanmar, in particolare per il suo ascendente sulla popolazione, specialmente importante in vista del voto di quest'anno. I generali si sono serviti a lungo degli apparati religiosi per mantenere il controllo sul paese e, sebbene molti monaci siano attivamente impegnati nel processo di democratizzazione, gli ultimi eventi sembrano indicare che è la fazione fondamentalista ad avere la maggiore influenza sul paese.
Ilaria Benini
(Il Manifesto 21 marzo)
È sulla paura che punta la ma-ba-tha, protagonista della campagna contro i tre gestori del bar condannati. L'associazione è vicina a U Wirathu, leader molto popolare del movimento nazionalista 969, salito alla ribalta delle cronache per esser stato definito dal Time «il volto del terrore buddista» e più recentemente per aver chiamato «puttana» Yanghee Lee, l'inviata speciale dell'Onu per i diritti umani in Myanmar.
L'antagonista principale del movimento nazionalista è la comunità musulmana, stimata al 5 per cento della popolazione, contro il 90 per cento buddista. A maggio l'Onu pubblicherà i risultati del primo censimento nazionale svolto in trent'anni, pronto a infiammare ulteriormente lo scenario già fragile.
Più di 240 persone sono morte in conflitti tra buddisti e musulmani, e a centinaia di migliaia sono rimasti senza abitazione e lavoro.
Un processo di secolarizzazione è iniziato, ma la religione buddista mantiene una grande influenza politica in Myanmar, in particolare per il suo ascendente sulla popolazione, specialmente importante in vista del voto di quest'anno. I generali si sono serviti a lungo degli apparati religiosi per mantenere il controllo sul paese e, sebbene molti monaci siano attivamente impegnati nel processo di democratizzazione, gli ultimi eventi sembrano indicare che è la fazione fondamentalista ad avere la maggiore influenza sul paese.
Ilaria Benini
(Il Manifesto 21 marzo)