Questa parabola ha una versione parallela nel
Vangelo di Luca.
Luca centra questa parabola in un contesto preciso
della vita di Gesù.
Molti esattori delle imposte si erano avvicinati a
Gesù per sentirlo ma i farisei e i maestri della legge mormoravano
con disapprovazione: “Costui preferisce la compagnia dei peccatori
e mangia con loro”.
A
questi attacchi Gesù risponde con una parabola per dire che il Padre
gioisce per il ritorno del peccatore.
Questo
pastore non è un pastore qualunque ma un’immagine di Dio per il
quale ogni pecora (quindi ciascuno e ciascuna di noi) ha un valore
inestimabile.
La
parabola ha in Matteo un uditorio completamente diverso. Gesù non la
racconta ai suoi nemici bensì ai suoi discepoli. Essa dice: “il
Padre vostro che è in cielo vuole che nessuna di queste persone
semplici vada perduta”.
C’è
un invito pressante alla comunità ad aver cura di chi si smarrisce
per non permettergli di perdersi definitivamente. La gioia per il
ritrovamento passa in sott’ordine, in primo piano emerge il tema
della ricerca premurosa e sollecita.
Non
basta quindi sentirsi figli di Dio è necessario avere cura dei
propri fratelli.
Ho
scelto questa parabola perché mi piace pensare che Dio è come il
pastore, buono, premuroso, che quando ci perdiamo viene a cercarci e
quando ci trova non ci rimprovera ma ci coccola. Ci invita anche a
prenderci cura dei fratelli e delle sorelle che incontriamo e a
scoprire che smarrirsi a volte può essere un dono come dice Franco
nel suo libro “Il dono dello smarrimento”.
Un
dono perché smarrirsi può indurci a cercare, a cambiare mentalità,
a iniziare un nuovo percorso di vita.
Franca
Gonella
Eucarestia del 22 marzo 2015