C'è un Paese al mondo dal quale chi può, scappa. Questo Paese è l'Eritrea. A giudicare dal numero dei fuggitivi in proporzione alla popolazione totale - 6 milioni di persone -, oggi il piccolo Stato africano è il peggiore del mondo. I dati del 2014 ancora non sono disponibili. Ma secondo l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, i richiedenti asilo eritrei in Italia sono stati, nel 2013, ventimila. Il 77 per cento in più rispetto all'anno prima (dati che riprendiamo dall'ottima agenzia online Amisnet). E parliamo solo dell'Italia.
Trent'anni fa 1'Eritrea era in guerra per la sua indipendenza. Una guerra durissima con l'Etiopia, una lotta per la vita e per la morte durata decenni. Al giornalista italiano che andava avventurosamente a visitare le zone controllate dai ribelli, venivano presentate giovani guerrigliere in sandali e kalashnikov che parlavano perfettamente la nostra lingua. Avevano fatto le domestiche ai Parioli o in altri quartieri borghesi romani, si erano licenziate ed erano andate a combattere. A quel tempo gli eritrei scappavano verso un Paese che ancora doveva nascere, rischiando la vita.
Oggi l'Eritrea è una grande caserma: servizio militare obbligatorio per tutti, maschi e femmine, si parte a 18 anni e non si sa quando finisce: si può tornare quarantenni, ma anche più tardi. O una vita perduta, o una fuga tentata: questa l'alternativa per i giovani eritrei. La via dell'esilio è piena di terrificanti pericoli: eccidi compiuti dalle guardie di frontiera, orrori commessi dai briganti arabi e dai trafficanti di uomini e di organi. Eppure per decine di migliaia di eritrei e meglio rischiare che restare.
Pietro Veronese
(Il Venerdì 13 febbraio)
Trent'anni fa 1'Eritrea era in guerra per la sua indipendenza. Una guerra durissima con l'Etiopia, una lotta per la vita e per la morte durata decenni. Al giornalista italiano che andava avventurosamente a visitare le zone controllate dai ribelli, venivano presentate giovani guerrigliere in sandali e kalashnikov che parlavano perfettamente la nostra lingua. Avevano fatto le domestiche ai Parioli o in altri quartieri borghesi romani, si erano licenziate ed erano andate a combattere. A quel tempo gli eritrei scappavano verso un Paese che ancora doveva nascere, rischiando la vita.
Oggi l'Eritrea è una grande caserma: servizio militare obbligatorio per tutti, maschi e femmine, si parte a 18 anni e non si sa quando finisce: si può tornare quarantenni, ma anche più tardi. O una vita perduta, o una fuga tentata: questa l'alternativa per i giovani eritrei. La via dell'esilio è piena di terrificanti pericoli: eccidi compiuti dalle guardie di frontiera, orrori commessi dai briganti arabi e dai trafficanti di uomini e di organi. Eppure per decine di migliaia di eritrei e meglio rischiare che restare.
Pietro Veronese
(Il Venerdì 13 febbraio)