giovedì 7 maggio 2015

L'ISIS È LO SPECCHIO DELL'OCCIDENTE

Le bande militari dei terroristi dell'Isis non sono tanto diverse da quelle degli Almoravidi dell'XI secolo e degli Almohadi che imposero la sharia in Spagna a fil di spada. Durante l'impero ottomano le bande di Al Wahab massacrarono sciiti e sufi nel momento in cui, al suo interno, si profilavano deboli cambiamenti all'occidentale, in una kermesse storica sanguinante fino ai tagliagole algerini del Fis degli anni '90, quando già si profilava Al Qaeda. La storia dell'Islam radicale continua ai giorni nostri con Boko Haram, Al Nushra e il temibile Isis, i cui soldati sono agitati da un evidente desiderio di convergenza e rassomiglianza con l'odiato Occidente, di cui indirettamente o meno si nutrono.

Oltre a operare una strategia della paura rivolta all'Occidente i tagliagole dell'Isis sembrano voler indicare ai loro fratelli musulmani una via da seguire. Non si può leggere questa follia jihadista se non si fa riferimento al loro modo di intendere il tempo e lo spazio. Per loro il passato è contemporaneità, per esempio in relazione a un rinnovabile saccheggio di Roma, già attuato dai Saraceni nell''846 d.C. Lo spazio è, invece, il Grande Califfato, ossia uno stato totalitario islamico, senza i freni dei diritti e della libertà di culto, visti come blasfeme zavorre occidentali da abbattere. L'errore frequente delle nostre analisi è forse ragionare con le categorie della"differenza" fra occidente e Islam, mentre la radice dei conflitti è piuttosto la "concorrenza", che si concreta nel desiderio di imitare l'altro per ottenerne lo stesso potere, tramite la violenza. Che ne pensa?

(Giovanni Ansaldo, giovanniansaldo@gmail.com)


La sua ricostruzione è perfetta e quanto mai opportuna nel nostro tempo, caratterizzato da una memoria storica che non supera i cinque anni, per cui tutto appare una novità e la Storia non svolge più il ruolo di insegnare qualcosa. La differenza tra oggi e il passato è forse che un tempo anche noi cristiani usavamo gli stessi metodi degli attuali fondamentalismi islamici. E qui non penso solo alle Crociate, ma anche e soprattutto alla conquista dell'America, dove, come riferisce Cristoforo Colombo nel suo Diario di bordo, "mettemmo in fuga quella moltitudine di ignudi e indifesi", che erano sette milioni di persone all'arrivo dei conquistatori e saranno appena 15.600 sedici anni dopo. Tutto per riscattare gli indigeni dall'idolatria e condurli alla fede col battesimo, in cambio dell'acquisizione della loro ricchezza. Come scrive ancora Colombo: "Il Signore nella sua bontà mi faccia trovare questo oro".

Esportare battesimi e importare ricchezza è stata la ragione non solo di quella guerra santa cristiana, ma "il senso della modernità", come ha ricordato il teologo Ernesto Balducci in occasione della Guerra del Golfo (1990-91): "Joe Queen, premiato con una stella di bronzo per aver buttato giù un muro di sabbia e sepolto così un buon numero di nemici dentro la trincea, ha dichiarato: "Molti soldati iracheni si spaventarono e questo mi divertiva". Le statistiche dicono che contro un morto della coalizione occidentale ce ne sono stati più di mille nell'esercito avversario. La strage del Mar delle Antille e quelle del Tigri e dell'Eufrate (la culla della civiltà) delimitano ai miei occhi, cronologicamente e geograficamente, l'intera parabola della modernità" (La terra del tramonto, Edizioni Cultura della Pace).

Dal canto suo il teologo Gianni Baget Bozzo, di orientamento politico diametralmente opposto a Balducci, scrive: "L'Occidente ha trasferito i principi del cristianesimo in un sistema di istituzioni (la democrazia, il mercato, la tecnologia) che s'impongono come metodo. I mondo non cristiani hanno, attraverso l'Occidente, assorbito la cristianità senza il cristianesimo. Si potrebbe, dal punto di vista cristiano, domandarsi se democrazia, mercato, tecnologia e persino il comunismo non siano state forme di cristianizzazione più radicali dell'evangelizzazione dei missionari" (Dio e l'Occidente, Leonardo).

Ernesto Balducci conclude: "Il destino del cristianesimo s'identifica, nella buona e nella cattiva sorte, con quello dell'ordine planetario creato e gestito dall'Occidente. Ebbene, se è vera questa ipotesi, quest'ordine non ha più futuro, anche perché comporta una gerarchia tra le culture, e quindi tra le religioni, destinata a finire sul piano delle cose che su quello delle idee". Dal canto suo Baget Bozzo si chiede: "Sopravvivrebbe il cristianesimo alla fine dell'Occidente? E viceversa: sopravvivrebbe l'Occidente alla fine del cristianesimo?". Forse i teologi, che guardano le cose dall'Alto, ci fanno capire qualcosa di più di quello che accade, non solo da oggi, sulla terra.

(Umberto Galimberti, 25 aprile, La Repubblica)