Tanti commenti ha suscitato il terribile suicidio-strage di Andreas Lubitz, copilota dell'airbus 320 della Germanwings, gettatosi deliberatamente il 24 marzo contro una montagna dell'alta Provenza, sopra Seyne-les-Alpes. I casi estremi della vita, in bellezza o in orrore, sollevano le domande e danno le indicazioni estreme sulla nostra vita.
La malattia di Lubitz e così descritta dallo psichiatra Claudio Mencacci, che si dice non sorpreso per il suo suicidio: "Si entra in una sorta di tunnel dove la morte è l'unico pensiero di fuga. Tutto il resto, compreso il senso di responsabilità per la vita degli altri, si annulla. E nemmeno la consapevolezza di coinvolgere altre persone li ferma". E Massimo Recalcati, psicanalista: "La persona incapace di alterità, quando sente se stessa come un niente, vede uguale a niente tutto il mondo".
"Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno": un niente che deve imporsi per esistere, esplodendo. Sono parole che avrebbe detto Lubitz alla hostess Mary W., collega di lunga data, con la quale si arrabbiava parlando di lavoro: "Poco denaro, paura per il contratto, troppa pressione".
Se la malattia psichica, o anche l'etica prescelta, oggi prevalente (essa stessa una malattia) ci concentrano prevalentemente su noi stessi, sulla nostra individualità esasperata e separata dall'umanità, noi diventiamo un pericolo per tutti. Non solo il kamikaze terrorista fanatico, ma ancora più spesso e più facilmente l'homo oeconomicus, devoto di se stesso e solo di se stesso memore e curatore, è una bomba umana caricata contro l'umanità. Non occorre essere pilota suicida su un aereo carico di persone: l'egoismo, l'egocentrismo patologico, fatto regola e costume, sono guerra all'umanità.
L'egocentrismo è mortale
"Noi siamo fatti gli uni per gli altri", dice l'antica sperimentata saggezza, in tutte le culture. "Non c'è la società. Ci sono solo gli individui", predica il neo-liberismo, nel magistero micidiale della Tahtcher. Non è possibile una più grande contraddizione e inimicizia. La guerra, il genocidio, è nel pensiero, prima che nelle armi. Le riforme necessarie, anzi la rivoluzione necessaria, è nel pensiero, nella volontà morale opposta all'imperialismo del particolare. Quando la cultura di sinistra avrà capito questo, comincerà a esistere una sinistra.
L'egocentrismo, nello psicotico grave, ma più continuamente nella patologica disumana teoria dominante e governante, della libertà egoista, senza alterità, è la malattia mortale.
Si vive solo di fiducia, di affidamento reciproco. Salire su un pullman o su un treno, entrare in un ospedale, camminare per strada, è mettersi nelle mani degli altri. Il pilota è un simbolo generale: siamo tutti nelle mani degli altri. Io sono nelle vostre mani. Voi siete nelle mie mani. Questa è la prima fede, senza cui non c'è vita. Senza questa fede non vale vivere, né io né voi. Chi distrugge la nostra sostanza umana, che è l'essere in relazione fiduciosa con gli altri, distrugge tutti noi, ci trascina nel suo abisso. Il capitalismo assolutista è il nemico di tutti, l'avvelenatore.
La medicina è occuparsi degli altri, di tutti, impegnarsi per qualche bisogno altrui. Se la fame e la sete altrui, la povertà e la prigionia altrui, la nudità e la malattia altrui, non diventano la mia ragione di vita, se non riconosco in questo spendersi per gli altri l'unico vangelo di salvezza, io sono suicida, e trascino l'umanità nella morte. La vita armata e arrivata alla distruttività totale, atomica, dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande. La salvezza è nel disarmato servizio alla vita di tutti. Siamo malati, ma guarire è possibile: è in questa conversione.
Enrico Peyretti
(Il foglio di Torino, aprile 2015)
La malattia di Lubitz e così descritta dallo psichiatra Claudio Mencacci, che si dice non sorpreso per il suo suicidio: "Si entra in una sorta di tunnel dove la morte è l'unico pensiero di fuga. Tutto il resto, compreso il senso di responsabilità per la vita degli altri, si annulla. E nemmeno la consapevolezza di coinvolgere altre persone li ferma". E Massimo Recalcati, psicanalista: "La persona incapace di alterità, quando sente se stessa come un niente, vede uguale a niente tutto il mondo".
"Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno": un niente che deve imporsi per esistere, esplodendo. Sono parole che avrebbe detto Lubitz alla hostess Mary W., collega di lunga data, con la quale si arrabbiava parlando di lavoro: "Poco denaro, paura per il contratto, troppa pressione".
Se la malattia psichica, o anche l'etica prescelta, oggi prevalente (essa stessa una malattia) ci concentrano prevalentemente su noi stessi, sulla nostra individualità esasperata e separata dall'umanità, noi diventiamo un pericolo per tutti. Non solo il kamikaze terrorista fanatico, ma ancora più spesso e più facilmente l'homo oeconomicus, devoto di se stesso e solo di se stesso memore e curatore, è una bomba umana caricata contro l'umanità. Non occorre essere pilota suicida su un aereo carico di persone: l'egoismo, l'egocentrismo patologico, fatto regola e costume, sono guerra all'umanità.
L'egocentrismo è mortale
"Noi siamo fatti gli uni per gli altri", dice l'antica sperimentata saggezza, in tutte le culture. "Non c'è la società. Ci sono solo gli individui", predica il neo-liberismo, nel magistero micidiale della Tahtcher. Non è possibile una più grande contraddizione e inimicizia. La guerra, il genocidio, è nel pensiero, prima che nelle armi. Le riforme necessarie, anzi la rivoluzione necessaria, è nel pensiero, nella volontà morale opposta all'imperialismo del particolare. Quando la cultura di sinistra avrà capito questo, comincerà a esistere una sinistra.
L'egocentrismo, nello psicotico grave, ma più continuamente nella patologica disumana teoria dominante e governante, della libertà egoista, senza alterità, è la malattia mortale.
Si vive solo di fiducia, di affidamento reciproco. Salire su un pullman o su un treno, entrare in un ospedale, camminare per strada, è mettersi nelle mani degli altri. Il pilota è un simbolo generale: siamo tutti nelle mani degli altri. Io sono nelle vostre mani. Voi siete nelle mie mani. Questa è la prima fede, senza cui non c'è vita. Senza questa fede non vale vivere, né io né voi. Chi distrugge la nostra sostanza umana, che è l'essere in relazione fiduciosa con gli altri, distrugge tutti noi, ci trascina nel suo abisso. Il capitalismo assolutista è il nemico di tutti, l'avvelenatore.
La medicina è occuparsi degli altri, di tutti, impegnarsi per qualche bisogno altrui. Se la fame e la sete altrui, la povertà e la prigionia altrui, la nudità e la malattia altrui, non diventano la mia ragione di vita, se non riconosco in questo spendersi per gli altri l'unico vangelo di salvezza, io sono suicida, e trascino l'umanità nella morte. La vita armata e arrivata alla distruttività totale, atomica, dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande. La salvezza è nel disarmato servizio alla vita di tutti. Siamo malati, ma guarire è possibile: è in questa conversione.
Enrico Peyretti
(Il foglio di Torino, aprile 2015)