Si fa un gran parlare della riforma della Costituzione, e ancor più se ne farà quando si giungerà alla stretta finale. Ma, come spesso accade, il discorso verte soprattutto sulle dichiarazioni dei soliti noti e sull'atteggiamento che terranno questi o quelli al momento del voto, mentre scarsa attenzione riceve la domanda che dovrebbe essere nodale: insomma, che cosa farà questo nuovo Senato? che compiti avranno i nuovi senatori? quali effetti avrà (se li avrà) la riforma sul nostro territorio? Di questo ben poco si discute, mentre è soprattutto a questo che dovremmo dedicarci.
Il ddl Boschi, al riguardo, dice e non dice: il nuovo Senato è nato con il dichiarato obiettivo di non essere un doppione della Camera, ma un organo con "funzioni di raccordo tra l'Unione europea, lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica". Poi, strada facendo, si è arricchito di competenze legislative, ma il suo compito primario dovrebbe essere quello di Camera delle autonomie, e questo ci riguarda da vicino. Infatti, poiché tra gli enti costitutivi c'è, in prima fila, il Comune, si può ragionevolmente sperare che finalmente il Comune non sia più quello sul quale si scaricano i problemi della quotidianità, privandolo per giunta delle risorse necessarie, ma abbia a raccordarsi con lo Stato, cioè ad entrare con esso in un rapporto di effettiva collaborazione.
Ma come funzionerà questo "raccordo"? Sul punto la riforma è vaga, ed i precedenti non sono molto confortanti. Dal 1983 esiste la Conferenza Stato-Regioni, e dagli Anni '90 anche la Conferenza Stato-Città, che non hanno suscitato grandi entusiasmi: ne è prova il fatto che, mentre si pensava che fosse proprio la Conferenza ad acquisire il rango di organo costituzionale, alla fine ciò non è accaduto, per la sua sconfortante, piattezza burocratica.
Dunque, se la riforma vuole avere un senso, il raccordo dovrà per forza andare oltre quanto abbiamo già sperimentato, e dovrà vedere nel Senato un vero regista delle autonomie locali: Comuni, Città metropolitane e Regioni non saranno soltanto i commensali invitati per obbligo, che bisticciano per il riparto delle risorse dei vari fondi, ma dovranno essere i co-protagonisti in tutti quei problemi che richiedono una regia multi-livello e una distribuzione territoriale degli interventi.
Messa così, è stimolante. Ma in concreto che cosa potrà significare? E' difficile leggere delle risposte, per cui provo ad ipotizzare qualche scenario idoneo a coinvolgerci. Ad esempio, le migrazioni massicce con i loro problemi di accoglienza di masse umane imponenti, e, su un versante diverso, la brutalità sempre più minacciosa del sedicente Stato islamico, ci obbligano a mutamenti culturali non facili: non basta (sebbene meritorio) sistemare persone nelle caserme, o inorridire per certi orrori, occorre far lievitare una cultura diffusa della convivenza pacifica fra i popoli, le religioni e i costumi. Il dramma sta assumendo un'intensità tale che non può più essere affidato alla sola politica estera o al solo spirito caritativo, ma esige un coinvolgimento capillare dei territori ed una promozione ampia ed assidua di quella sensibilità.
Ecco allora l'ipotesi di un piano nazionale volto a far sorgere una molteplicità di centri inter-etnici ed inter-religiosi, distribuiti con intelligenza dove già esiste una tradizione in tal senso, e capaci di irradiare stimoli di reciproca conoscenza e integrazione. Il Pinerolese è terra di lunga tradizione ecumenica e di ampia esperienza al riguardo: è del tutto ragionevole proporre - visto che il tema ormai occupa da tempo il discorso pubblico locale - che una parte del complesso Bochard venga destinata a questo fine, nel quadro di un piano nazionale che darebbe pregio e risorse ad un "polo culturale" di per sé piuttosto gracile.
Ancora: se questo scenario prendesse corpo, anche il problema della montagna, parte integrante del nostro habitat, potrebbe essere visto in chiave nazionale e locale insieme: come allocazione di migranti nel ripopolamento di frazioni montane in abbandono, come recupero di terre non più coltivate, e perfino come culla di una università transfrontaliera di scienza delle Alpi, viste nella loro delicata complessità: un "luogo" capace di farsi carico di un approccio alle terre alte che sia scientifico e politico insieme, non limitato ad incrementare il solito turismo di rapina.
Altri esempi possono arricchire il quadro. L'essenziale e cogliere le potenzialità di una nuova "Camera delle autonomie, locali", cercando il senso vero di una riforma che minaccia di isterilirsi nelle diatribe ideologiche, e di trovarci ancora una volta impreparati ad utilizzarla bene.
Elvio Fassone
(L'Eco del Chisone 2 settembre)
Il ddl Boschi, al riguardo, dice e non dice: il nuovo Senato è nato con il dichiarato obiettivo di non essere un doppione della Camera, ma un organo con "funzioni di raccordo tra l'Unione europea, lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica". Poi, strada facendo, si è arricchito di competenze legislative, ma il suo compito primario dovrebbe essere quello di Camera delle autonomie, e questo ci riguarda da vicino. Infatti, poiché tra gli enti costitutivi c'è, in prima fila, il Comune, si può ragionevolmente sperare che finalmente il Comune non sia più quello sul quale si scaricano i problemi della quotidianità, privandolo per giunta delle risorse necessarie, ma abbia a raccordarsi con lo Stato, cioè ad entrare con esso in un rapporto di effettiva collaborazione.
Ma come funzionerà questo "raccordo"? Sul punto la riforma è vaga, ed i precedenti non sono molto confortanti. Dal 1983 esiste la Conferenza Stato-Regioni, e dagli Anni '90 anche la Conferenza Stato-Città, che non hanno suscitato grandi entusiasmi: ne è prova il fatto che, mentre si pensava che fosse proprio la Conferenza ad acquisire il rango di organo costituzionale, alla fine ciò non è accaduto, per la sua sconfortante, piattezza burocratica.
Dunque, se la riforma vuole avere un senso, il raccordo dovrà per forza andare oltre quanto abbiamo già sperimentato, e dovrà vedere nel Senato un vero regista delle autonomie locali: Comuni, Città metropolitane e Regioni non saranno soltanto i commensali invitati per obbligo, che bisticciano per il riparto delle risorse dei vari fondi, ma dovranno essere i co-protagonisti in tutti quei problemi che richiedono una regia multi-livello e una distribuzione territoriale degli interventi.
Messa così, è stimolante. Ma in concreto che cosa potrà significare? E' difficile leggere delle risposte, per cui provo ad ipotizzare qualche scenario idoneo a coinvolgerci. Ad esempio, le migrazioni massicce con i loro problemi di accoglienza di masse umane imponenti, e, su un versante diverso, la brutalità sempre più minacciosa del sedicente Stato islamico, ci obbligano a mutamenti culturali non facili: non basta (sebbene meritorio) sistemare persone nelle caserme, o inorridire per certi orrori, occorre far lievitare una cultura diffusa della convivenza pacifica fra i popoli, le religioni e i costumi. Il dramma sta assumendo un'intensità tale che non può più essere affidato alla sola politica estera o al solo spirito caritativo, ma esige un coinvolgimento capillare dei territori ed una promozione ampia ed assidua di quella sensibilità.
Ecco allora l'ipotesi di un piano nazionale volto a far sorgere una molteplicità di centri inter-etnici ed inter-religiosi, distribuiti con intelligenza dove già esiste una tradizione in tal senso, e capaci di irradiare stimoli di reciproca conoscenza e integrazione. Il Pinerolese è terra di lunga tradizione ecumenica e di ampia esperienza al riguardo: è del tutto ragionevole proporre - visto che il tema ormai occupa da tempo il discorso pubblico locale - che una parte del complesso Bochard venga destinata a questo fine, nel quadro di un piano nazionale che darebbe pregio e risorse ad un "polo culturale" di per sé piuttosto gracile.
Ancora: se questo scenario prendesse corpo, anche il problema della montagna, parte integrante del nostro habitat, potrebbe essere visto in chiave nazionale e locale insieme: come allocazione di migranti nel ripopolamento di frazioni montane in abbandono, come recupero di terre non più coltivate, e perfino come culla di una università transfrontaliera di scienza delle Alpi, viste nella loro delicata complessità: un "luogo" capace di farsi carico di un approccio alle terre alte che sia scientifico e politico insieme, non limitato ad incrementare il solito turismo di rapina.
Altri esempi possono arricchire il quadro. L'essenziale e cogliere le potenzialità di una nuova "Camera delle autonomie, locali", cercando il senso vero di una riforma che minaccia di isterilirsi nelle diatribe ideologiche, e di trovarci ancora una volta impreparati ad utilizzarla bene.
Elvio Fassone
(L'Eco del Chisone 2 settembre)