mercoledì 23 settembre 2015

"Non mi rassegno a una rottura"

ROMA - Nel giorno in cui esplode il tavolo del Pd sulle riforme, Barbara Pollastrini non può partecipare all'incontro a causa di un lutto nella sinistra milanese.
Altrimenti sarebbe andata via anche lei?
«Non mi rassegno alla rottura. Non servirebbe. Lasciamo da parte il pallottoliere e i voti che si possono acquisire à la carte. Abbiamo ancora tempo, concentriamoci sull'unità del Pd. Per una buona riforma nei tempi previsti».
Quindi non si sarebbe alzata dal tavolo, come ha fatto la sua collega Lo Moro?
«Il gruppo istituzionale non esaurisce i punti di vista diversi che vivono nel Pd. La pluralità non è un mistero, né io ho la presunzione di rappresentare tutta la minoranza. Il tavolo è stato utile perché ha fatto cadere un'ombra: quella di voler boicottare le riforme. Lo trovavo offensivo».
Ora il tavolo è definitivamente saltato?
«Il gruppo istituzionale aveva il compito di accompagnare una mediazione saggia e lungimirante che va costruita. Mi appello alla maggioranza, perché le questioni sollevate da Chiti e altri con lui sono serie e richiedono una risposta all'altezza. Il tavolo può proseguire o meno, non facciamone un totem. Basta avere la consapevolezza che non esaurisce un confronto che deve essere più ampio. Tra leadership nei gruppi parlamentari. E poi, più ampio, in Parlamento».
Lei parla di confronto. La sensazione è diversa, però.
«Sono un'inguaribile ottimista. Se esiste la volontà, è più facile raggiungere un obiettivo».
Se l'articolo due non cambia, la minoranza voterà contro?
«Perché dobbiamo arrivare a parlare di questo? Lo schema va rovesciato: è in gioco l'efficienza del sistema. Io ho proposto il modello Bundesrat, ma la mia tesi non era maggioritaria. A questo punto la cosa migliore è intervenire chirurgicamente, come propone Tonini, sull'articolo due».
Senza mediazione, si rischia una crisi di governo?
«No. La prima cosa è la fiducia reciproca. Sostengo questo governo. Voglio credere che Renzi intenda fare innanzitutto riforme buone».
Ma sono stati D'Alema e Cuperlo a evocare la scissione.
«Non ho sentito evocare la scissione. Penso che serva una sinistra plurale, aperta, innovativa nel Pd. Se poi il Pd dovesse diventare altro... ma quello non sarebbe più il Pd».
Tommaso Ciriaco

(Repubblica 16 settembre)