«Cosa possiamo fare? Vorremmo dare una mano, magari ospitandone uno in casa", è stata la richiesta, soprattutto rivolta da cittadine donne, che si è sentito ripetere per ben 6 volte in una sola giornata il responsabile degli assistenti sociali, Salvatore Bottari. Sei famiglie che si sono messe a disposizione. A cui, però, il Comune, almeno per ora, non potrà che rispondere con un: "Grazie, vi metteremo in lista d'attesa».
La solidarietà dei torinesi non è mai stata un perla rara. Paradossalmente, però, i posti pagati dal sistema ordinario di accoglienza (per capirsi, non quello dei barconi) del Ministero dell'Interno la sistemazione dei rifugiati in famiglia sono pochi. Pochissimi: 28 in tutto, sui 470 che toccano come quota a Torino.
E non solo, come sarebbe facile pensare, non bastano a coprire le necessità di chi ha diritto all'accoglienza - in lista d'attesa, cioè per strada, ci sono al momento 165 richiedenti asilo - ma nemmeno danno soddisfazione a tutte quelle famiglie, e sono più di quanto non si creda, che un profugo in casa lo accoglierebbe di buon cuore. Con quelle arrivate ieri, le famiglie che in lista d'attesa ormai quasi 40.
Il Comune può farci poco. Il numero di posti finanziati per città viene assegnato da Roma, e per il momento non si parla di aumentarli: «Ora tocca ad altri Comuni fare la loro parte», ha ribadito più volte il vicesindaco Elide Tisi. Così come a monte viene decisa la ripartizione tra accoglienza nei centri o nelle famiglie. E anche se Torino è stata la prima, insieme a Parma, a vedersi riconosciuta la formula del "Rifugio diffuso" e dell'ospitalità in famiglia, l'autorizzazione è arrivata solo per 28 posti e altrettanti nuclei familiari. «Se le disponibilità crescono chiederemo di poter aumentare l'accoglienza nelle famiglie - annuncia il vicesindaco - Ma cum grano salis: solo gli ultimi mesi del percorso di inserimento possono essere fatti in famiglia. Prima, per gli aspetti sanitati e i corsi di italiano, è indispensabile passare per i centri».
C'è l'ingegnere, ma anche la signora pensionata. Quasi tutti hanno un'esperienza di volontariato alle spalle: le "famiglie rifugio" ricevono dallo Stato un contributo per le spese di 413 euro al mese. «Nessuno, però, lo fa per i soldi - mette in chiaro Bottari - Mettersi in casa uno sconosciuto non è un gioco e il compito della famiglia volontaria non è un affittacamere: deve seguire la persona nel suo percorso di autonomia verso una casa e un lavoro, insieme ai tutor». E poi bisogna passare uno screening molto rigido per essere ammessi.
In 6 anni di "Rifugio" nelle case di 149 torinesi sono passati 171 profughi. «E in famiglia - spiega Bottari - gli scalini dell'integrazione si salgono 4 per volta, perché si impara assieme, italiani e non, a stare nella stessa società».
Gabriele Guccione
(Repubblica 4 settembre)
La solidarietà dei torinesi non è mai stata un perla rara. Paradossalmente, però, i posti pagati dal sistema ordinario di accoglienza (per capirsi, non quello dei barconi) del Ministero dell'Interno la sistemazione dei rifugiati in famiglia sono pochi. Pochissimi: 28 in tutto, sui 470 che toccano come quota a Torino.
E non solo, come sarebbe facile pensare, non bastano a coprire le necessità di chi ha diritto all'accoglienza - in lista d'attesa, cioè per strada, ci sono al momento 165 richiedenti asilo - ma nemmeno danno soddisfazione a tutte quelle famiglie, e sono più di quanto non si creda, che un profugo in casa lo accoglierebbe di buon cuore. Con quelle arrivate ieri, le famiglie che in lista d'attesa ormai quasi 40.
Il Comune può farci poco. Il numero di posti finanziati per città viene assegnato da Roma, e per il momento non si parla di aumentarli: «Ora tocca ad altri Comuni fare la loro parte», ha ribadito più volte il vicesindaco Elide Tisi. Così come a monte viene decisa la ripartizione tra accoglienza nei centri o nelle famiglie. E anche se Torino è stata la prima, insieme a Parma, a vedersi riconosciuta la formula del "Rifugio diffuso" e dell'ospitalità in famiglia, l'autorizzazione è arrivata solo per 28 posti e altrettanti nuclei familiari. «Se le disponibilità crescono chiederemo di poter aumentare l'accoglienza nelle famiglie - annuncia il vicesindaco - Ma cum grano salis: solo gli ultimi mesi del percorso di inserimento possono essere fatti in famiglia. Prima, per gli aspetti sanitati e i corsi di italiano, è indispensabile passare per i centri».
C'è l'ingegnere, ma anche la signora pensionata. Quasi tutti hanno un'esperienza di volontariato alle spalle: le "famiglie rifugio" ricevono dallo Stato un contributo per le spese di 413 euro al mese. «Nessuno, però, lo fa per i soldi - mette in chiaro Bottari - Mettersi in casa uno sconosciuto non è un gioco e il compito della famiglia volontaria non è un affittacamere: deve seguire la persona nel suo percorso di autonomia verso una casa e un lavoro, insieme ai tutor». E poi bisogna passare uno screening molto rigido per essere ammessi.
In 6 anni di "Rifugio" nelle case di 149 torinesi sono passati 171 profughi. «E in famiglia - spiega Bottari - gli scalini dell'integrazione si salgono 4 per volta, perché si impara assieme, italiani e non, a stare nella stessa società».
Gabriele Guccione
(Repubblica 4 settembre)