"Dunià sarchapà shuda", il mondo è capovolto, impazzito, dice uno dei guardiani del nostro centro di riabilitazione alla notizia dell'ospedale dei Medici senza Frontiere colpito a Kunduz. Ho lavorato per anni in un ospedale di guerra a Kabul. Ricordo la prima volta che vi entrai. Corsia E, settore maschile. I letti erano su sei file. C'era odore di corpi e disinfettante. Il mancato rialzo delle coperte all'altezza del piede non lasciava dubbi su quanto era successo a molti pazienti. Mine anti-uomo. I feriti erano giovani dai visi precocemente segnati, barbe ispide, occhi sofferenti. Tra i letti si muoveva efficace una donna bionda. Distribuiva medicine e scriveva cartelle cliniche. Era norvegese, faceva quel lavoro sei mesi l'anno. Quando ripenso all'ospedale rivedo lei. Seguendo le vicende di Kunduz, facevo il tifo per i colleghi dell'ospedale dei Msf che lavoravano in condizioni estreme. So che le infermiere assomigliavano alla mia norvegese, armate di professione e impegno. Sapere che l'ospedale è stato colpito e il personale medico ucciso indigna. Ma non stupisce. Da anni la Croce Rossa ha lanciato la campagna "Health in danger" per denunciare i problemi e le violenze che pazienti e medici affrontano a causa della guerra. È una campagna che diventa ogni giorno più attuale. L'Afghanistan non fa eccezione. Ambulanze cui è negato il passaggio, feriti strappati dai letti d'ospedale, cliniche occupate da soldati, medici e vaccinatori uccisi. E non riesci a capire perché succeda. Non conviene forse a tutti avere un posto dove essere curati, un posto zona franca per aiutare e guarire dimenticando etnia, politica o religione; dove chi lavora è rispettato e protetto? Ha ragione il guardiano, il mondo è impazzito.
Alberto Cairo lavora in Afghanistan per il programma Ortopedico della Croce Rossa Internazionale
(Repubblica 4 ottobre)
Alberto Cairo lavora in Afghanistan per il programma Ortopedico della Croce Rossa Internazionale
(Repubblica 4 ottobre)