sabato 17 ottobre 2015

Nella vicenda Marino il complottismo (detestabile mentalità) diventa una tentazione quasi irresistibile, se si considera l'esiguità delle colpe che vengono imputate all'ex sindaco a fronte dell'enormità (etica, politica, giudiziaria) del "caso Roma". Vedere l'occhio mediatico concentrarsi, con tutte le sue forze, su una bottiglia di vino (e prima ancora sulla famosa Panda rossa) impone paragoni inevitabili, di qualità e di quantità, con l'impunità (anche mediatica) della quale hanno goduto il malaffare capitolino, la manfrina consociativa, la spartizione partitica del grasso business di denaro pubblico, di assunzioni clientelari, insomma di potere della quale Marino, fino a prova contraria, non, è partecipe; non altrettanto il Pd, che gli leva il suo appoggio come per scaricare sulle esili spalle di un alieno questioni di ben altra portata, come dimostrano il commissariamento del partito a Roma e la formidabile "inchiesta interna" di Fabrizio Barca.
Vero che essere onesti non basta, se si è impotenti o goffi, come in più occasioni Marino ha mostrato di essere. Ma vedere la vecchia suburra fascista esultare davanti al Campidoglio, e i grillini gongolare per la cacciata di un sindaco molto più omologo a loro (e alle loro migliori intenzioni) di quanto mostrino di avere capito, dovrebbe suggerire a tutti gli attori della vicenda almeno una domanda comune: se l'emotività spaventosa, nevrastenica che ha squassato la politica romana negli ultimi mesi, non sia solo il triste sintomo, ennesimo, del tramonto della politica.
Michele Serra, L'AMACA

(La Repubblica 10 ottobre)