ABDESSATTAR ben Moussa è il presidente della Lega tunisina per i diritti umani dal 2011. Fu eletto pochi mesi dopo la cosiddetta "rivoluzione dei gelsomini" che dette il via alle primavere arabe. Al telefono da Tunisi, risponde una voce contenta e affannata per tutte le telefonate che l'hanno raggiunto. L'avvocato ben Moussa è uno dei membri del Quartetto i cui sforzi di mediazione sono riusciti a produrre quel compromesso tra partiti islamisti e partiti laici che ha evitato alla Tunisia di scivolare nel caos in cui sono finiti tutti gli altri Paesi della "primavera araba"
Avvocato Moussa, come ha reagito alla notizia da Oslo?
«Ovviamente sono molto contento. E' una consacrazione della società civile che tanto si è battuta per la democrazia, il dialogo, la non violenza. Ed è un incoraggiamento per tutto il mondo arabo e per tutta l'Africa a capire che la sola arma è il dialogo: solo il dialogo porta dei risultati, non le armi. Un monito chiaro ai nostri vicini libici. Insomma questo Nobel è chiaramente un messaggio che impegna tutti a premiare il dialogo sulle armi».
Come siete riusciti a convincere i partiti ad arrivare a un compromesso, dopo un lungo stallo, e dopo episodi di violenza come l'uccisione di politici come Belaid Chokry?
«Grazie al fatto che le organizzazioni che si sono riunite nel Quartetto per il Dialogo nazionale erano indipendenti e ben radicate nella società tunisina. Prima di tutto i sindacati, che hanno una storia che risale all'indipendenza e una tradizione di essere sempre stati vicini al popolo nei momenti difficili. La Lega dei Diritti umani è la più antica nel mondo arabo e in tutta l'Africa, ed è attiva in tutto il paese. Lo stallo rischiava di aumentare la polarizzazione per questo nel 2013 prendemmo l'iniziativa. E proprio mentre conducevano i lunghi colloqui coi partiti divenne chiara, con quello che succedeva in Egitto, l'alternativa: o il dialogo o le armi. Non fu facile ma fortunatamente, nonostante i conflitti, i partiti tunisini hanno dato prova di una maturità sconosciuta in altri Paesi».
A che punto è oggi la situazione, dopo i recenti episodi di terrorismo che hanno insanguinato la Tunisia?
«Credo che il Nobel sia proprio una risposta a quegli atti di terrorismo, con suo messaggio forte per il dialogo».
La riconciliazione nazionale va avanti?
«Le maggiori difficoltà che ci troviamo di fronte sono quelle economiche. Gli ultimi attacchi terroristici hanno di nuovo bloccato il turismo che faticosamente aveva cominciato a riprendere quota e che resta la maggiore risorsa del paese. Le crisi economiche provocano problemi sociali gravi. Altri problemi non sono ancora risolti, questioni che riguardano i diritti umani come il trattamento dei detenuti nelle carceri, la tortura , che continua ad essere usata. Ma si sono fatti progressi importanti: primo di tutti, la libertà di stampa è garantita, e questo è un grande passo avanti».
Vanna Vannuccini
(Repubblica 9 ottobre)
Avvocato Moussa, come ha reagito alla notizia da Oslo?
«Ovviamente sono molto contento. E' una consacrazione della società civile che tanto si è battuta per la democrazia, il dialogo, la non violenza. Ed è un incoraggiamento per tutto il mondo arabo e per tutta l'Africa a capire che la sola arma è il dialogo: solo il dialogo porta dei risultati, non le armi. Un monito chiaro ai nostri vicini libici. Insomma questo Nobel è chiaramente un messaggio che impegna tutti a premiare il dialogo sulle armi».
Come siete riusciti a convincere i partiti ad arrivare a un compromesso, dopo un lungo stallo, e dopo episodi di violenza come l'uccisione di politici come Belaid Chokry?
«Grazie al fatto che le organizzazioni che si sono riunite nel Quartetto per il Dialogo nazionale erano indipendenti e ben radicate nella società tunisina. Prima di tutto i sindacati, che hanno una storia che risale all'indipendenza e una tradizione di essere sempre stati vicini al popolo nei momenti difficili. La Lega dei Diritti umani è la più antica nel mondo arabo e in tutta l'Africa, ed è attiva in tutto il paese. Lo stallo rischiava di aumentare la polarizzazione per questo nel 2013 prendemmo l'iniziativa. E proprio mentre conducevano i lunghi colloqui coi partiti divenne chiara, con quello che succedeva in Egitto, l'alternativa: o il dialogo o le armi. Non fu facile ma fortunatamente, nonostante i conflitti, i partiti tunisini hanno dato prova di una maturità sconosciuta in altri Paesi».
A che punto è oggi la situazione, dopo i recenti episodi di terrorismo che hanno insanguinato la Tunisia?
«Credo che il Nobel sia proprio una risposta a quegli atti di terrorismo, con suo messaggio forte per il dialogo».
La riconciliazione nazionale va avanti?
«Le maggiori difficoltà che ci troviamo di fronte sono quelle economiche. Gli ultimi attacchi terroristici hanno di nuovo bloccato il turismo che faticosamente aveva cominciato a riprendere quota e che resta la maggiore risorsa del paese. Le crisi economiche provocano problemi sociali gravi. Altri problemi non sono ancora risolti, questioni che riguardano i diritti umani come il trattamento dei detenuti nelle carceri, la tortura , che continua ad essere usata. Ma si sono fatti progressi importanti: primo di tutti, la libertà di stampa è garantita, e questo è un grande passo avanti».
Vanna Vannuccini
(Repubblica 9 ottobre)