martedì 27 ottobre 2015

UN AIUTO SIGNIFICATIVO PER RILEGGERE PERSONALMENTE..

Corso Biblico. Torino, 23.10.2015.
Proverbi.
(Appunti presi durante la conferenza di Franco Barbero).

Continuiamo la lettura del libro dei Proverbi, dal capitolo 6 al 10.
L'attenzione è sempre rivolta alla vita quotidiana del villaggio palestinese, dove le condizioni di vita sono spesso difficili: le liti, le maldicenze, la povertà comportano un degrado della vita e delle relazioni umane, contro il quale si rivolgono gli ammonimenti dell'autore, il quale getta continuamente dei semi di saggezza per rendere saporosa una vita disumanizzata.
Ma non è possibile un umanesimo senza vivere al cospetto di Dio: questo è il punto fondamentale dell'insegnamento della sapienza, contenuto nell'espressione “timor di Dio” che, come già si è detto, è meglio tradurre in “rispetto di Dio” e che va inteso non come paura di un Dio punitore, ma come accettazione di essere una creatura amata da Dio.
Su questo punto il libro dei Proverbi anticipa l'opera di Gesù, la cui attività sarà principalmente volta ad alleviare le situazioni di degrado esistenziale che incontrerà nella gente di questi stessi villaggi.
Il capitolo 6 è un miscuglio di argomenti: inizia con una ammonizione a non essere ingenui e e non cadere nelle trappole degli astuti (1 – 5), poi si scaglia (6 - 11) contro il pigro che non vuole assumersi responsabilità che la vita richiede. Il tema del valore educativo del lavoro è ricorrente nella Bibbia. Nei vv. 12 – 15 si prende di mira il perverso ed i suoi modi ambigui. Dal v. 16 al 19 si elencano sette cose importanti da evitare che costituiscono una sorta di fotografia della vita del villaggio. Infine dal v. 20 al 35 ritorna il tema della donna adultera; al v. 21 si ingiunge di appendere al collo i comandi del padre e gli insegnamenti della madre, analogamente al comando di appendere in testa tra gli occhi i precetti del Signore (Deuteronomio 6, 8).
Il capitolo 7 descrive con tinte vivaci una scena di seduzione. Si è già detto che la donna abbandonata o rimasta vedova veniva espulsa dalla comunità, era trattata come una straniera e spesso non aveva altra risorsa per sopravvivere che la prostituzione. Qui in realtà si parla di una donna sposata; vi è da rilevare tuttavia che in genere la condanna ricade sul maschio che cede alla tentazione. Nell'antico diritto ebraico la legge del levirato prescriveva che il fratello dell'uomo defunto sposasse la vedova diventandone così il protettore (goel) per riscattarla dallo stato di donna abbandonata. Il v. 3 ammonisce di scrivere gli insegnamenti della sapienza “sulla tavola del … cuore” e si riferisce al detto ebraico che Dio mette le cose sul cuore dell'uomo, tocca a lui aprirlo e riceverle, nel senso che Dio non impone nulla all'uomo, ma attende la sua risposta. La porta del cuore si apre solo dall'interno.
Nel capitolo 8 entra in scena la stessa sapienza personificata in una figura femminile, che parla alla generalità degli uomini e delle donne, non nel tempio o in sinagoga o nei palazzi dei potenti e neppure nelle scuole, ma nelle vie e nelle piazze ed grida il suo insegnamento a tutti. Essa propone un cammino che conduce alla giustizia (20) il cammino della vita, il cammino dell'esodo attraverso il deserto.
Nei vv. 22 – 31 si espongono le prerogative cosmiche della sapienza, descritta come una persona (ipostasi) “generata … fin da principio” e in qualche modo partecipe della natura divina. Lo stesso schema teologico verrà poi applicato a Gesù.
La sapienza “gioca” davanti a Dio ed è delizia per Lui (v.30): questo corrisponde al disegno di Dio che vuole la felicità dell'uomo, la cui vita va “giocata” positivamente e contrasta con la visione negativa di una vita di penitenza e di mortificazioni che ha spesso prevalso nella spiritualità cristiana.
Infine i vv. 32 – 36 cantano le beatitudini di chi segue la sapienza e iniziano con un appello all'ascolto: l'ebraismo è la religione dell'ascolto; ascoltare è una beatitudine perchè solo chi è capace di ascoltare veramente l'altra persona è saggio e capace di dire parole significative.
Il capitolo 9 è composto di tre sezioni: dal v. 1 al 6 si ripete il clima di festa con la scena del banchetto della sapienza, a cui tutti sono invitati, tema che verrà ripreso nei vangeli. Anche Gesù ripeterà l'invito per quelli che sono lontani. In contrasto la terza sezione (vv. dal 13 al 18) la follia lancia il suo invito al banchetto della perdizione. Nella sezione centrale (vv. 7 – 12) entra in scena “lo spavaldo”, in altra traduzione il “cinico”, che è l'uomo che non accetta insegnamenti perchè è arrogante, fermo nelle sue convinzioni, come un vaso immobile; al contrario il saggio è chi si interroga, si pone in ricerca, pone domande su se stesso, si mette in discussione.
Con il capitolo 10 inizia la seconda raccolta del libro, che termina al cap. 22,16 e che è una lunga sequenza di sentenze che toccano i temi più svariati, sempre riferiti alla vita quotidiana del villaggio. Non ci troviamo più nei tempi eroici dell'esodo dall'Egitto, ma nel faticoso cammino quotidiano dell'”esodo nella pianura”, ma anche qui, come allora, l'uomo è esposto alla tentazione di rifiutare la libertà che Dio gli offre e di preferire le presunte sicurezze di una vita in schiavitù.
Il cap. 10 concentra l'attenzione sulla bocca e sulla lingua che spesso sono fonte di liti, maldicenze che guastano la tranquillità del villaggio. Anche le chiacchiere inutili, il cicaleccio non giova alle buone relazioni tra le persone. Per la cultura ebraica le parole sono un nutrimento per l'uomo, purché non dette a vanvera. Il vangelo di Matteo riprenderà questo tema. Inoltre vi è la raccomandazione (v. 17) ad assumersi la difficile arte del correggere.
Guido Allice