Corso
Biblico. Torino, 23.10.2015.
Proverbi.
(Appunti
presi durante la conferenza di Franco Barbero).
Continuiamo
la lettura del libro dei Proverbi, dal capitolo 6 al 10.
L'attenzione
è sempre rivolta alla vita quotidiana del villaggio palestinese,
dove le condizioni di vita sono spesso difficili: le liti, le
maldicenze, la povertà comportano un degrado della vita e delle
relazioni umane, contro il quale si rivolgono gli ammonimenti
dell'autore, il quale getta continuamente dei semi di saggezza per
rendere saporosa una vita disumanizzata.
Ma non è possibile un
umanesimo senza vivere al cospetto di Dio: questo è il punto
fondamentale dell'insegnamento della sapienza, contenuto
nell'espressione “timor di Dio” che, come già si è detto, è
meglio tradurre in “rispetto di Dio” e che va inteso non come
paura di un Dio punitore, ma come accettazione di essere una creatura
amata da Dio.
Su
questo punto il libro dei Proverbi anticipa l'opera di Gesù, la cui
attività sarà principalmente volta ad alleviare le situazioni di
degrado esistenziale che incontrerà nella gente di questi stessi
villaggi.
Il
capitolo 6 è un miscuglio di argomenti: inizia con una ammonizione a
non essere ingenui e e non cadere nelle trappole degli astuti (1 –
5), poi si scaglia (6 - 11) contro il pigro che non vuole assumersi
responsabilità che la vita richiede. Il tema del valore educativo
del lavoro è ricorrente nella Bibbia. Nei vv. 12 – 15 si prende di
mira il perverso ed i suoi modi ambigui. Dal v. 16 al 19 si elencano
sette cose importanti da evitare che costituiscono una sorta di
fotografia della vita del villaggio. Infine dal v. 20 al 35 ritorna
il tema della donna adultera; al v. 21 si ingiunge di appendere al
collo i comandi del padre e gli insegnamenti della madre,
analogamente al comando di appendere in testa tra gli occhi i
precetti del Signore (Deuteronomio 6, 8).
Il
capitolo 7 descrive con tinte vivaci una scena di seduzione. Si è
già detto che la donna abbandonata o rimasta vedova veniva espulsa
dalla comunità, era trattata come una straniera e spesso non aveva
altra risorsa per sopravvivere che la prostituzione. Qui in realtà
si parla di una donna sposata; vi è da rilevare tuttavia che in
genere la condanna ricade sul maschio che cede alla tentazione.
Nell'antico diritto ebraico la legge del levirato prescriveva che il
fratello dell'uomo defunto sposasse la vedova diventandone così il
protettore (goel) per riscattarla dallo stato di donna abbandonata.
Il v. 3 ammonisce di scrivere gli insegnamenti della sapienza “sulla
tavola del … cuore” e si riferisce al detto ebraico che Dio mette
le cose sul cuore dell'uomo, tocca a lui aprirlo e riceverle, nel
senso che Dio non impone nulla all'uomo, ma attende la sua risposta.
La porta del cuore si apre solo dall'interno.
Nel
capitolo 8 entra in scena la stessa sapienza personificata in una
figura femminile, che parla alla generalità degli uomini e delle
donne, non nel tempio o in sinagoga o nei palazzi dei potenti e
neppure nelle scuole, ma nelle vie e nelle piazze ed grida il suo
insegnamento a tutti. Essa propone un cammino che conduce alla
giustizia (20) il cammino della vita, il cammino dell'esodo
attraverso il deserto.
Nei
vv. 22 – 31 si espongono le prerogative cosmiche della sapienza,
descritta come una persona (ipostasi) “generata … fin da
principio” e in qualche modo partecipe della natura divina. Lo
stesso schema teologico verrà poi applicato a Gesù.
La
sapienza “gioca” davanti a Dio ed è delizia per Lui (v.30):
questo corrisponde al disegno di Dio che vuole la felicità
dell'uomo, la cui vita va “giocata” positivamente e contrasta con
la visione negativa di una vita di penitenza e di mortificazioni che
ha spesso prevalso nella spiritualità cristiana.
Infine
i vv. 32 – 36 cantano le beatitudini di chi segue la sapienza e
iniziano con un appello all'ascolto: l'ebraismo è la religione
dell'ascolto; ascoltare è una beatitudine perchè solo chi è capace
di ascoltare veramente l'altra persona è saggio e capace di dire
parole significative.
Il
capitolo 9 è composto di tre sezioni: dal v. 1 al 6 si ripete il
clima di festa con la scena del banchetto della sapienza, a cui tutti
sono invitati, tema che verrà ripreso nei vangeli. Anche Gesù
ripeterà l'invito per quelli che sono lontani. In contrasto la terza
sezione (vv. dal 13 al 18) la follia lancia il suo invito al
banchetto della perdizione. Nella sezione centrale (vv. 7 – 12)
entra in scena “lo spavaldo”, in altra traduzione il “cinico”,
che è l'uomo che non accetta insegnamenti perchè è arrogante,
fermo nelle sue convinzioni, come un vaso immobile; al contrario il
saggio è chi si interroga, si pone in ricerca, pone domande su se
stesso, si mette in discussione.
Con
il capitolo 10 inizia la seconda raccolta del libro, che termina al
cap. 22,16 e che è una lunga sequenza di sentenze che toccano i temi
più svariati, sempre riferiti alla vita quotidiana del villaggio.
Non ci troviamo più nei tempi eroici dell'esodo dall'Egitto, ma nel
faticoso cammino quotidiano dell'”esodo nella pianura”, ma anche
qui, come allora, l'uomo è esposto alla tentazione di rifiutare la
libertà che Dio gli offre e di preferire le presunte sicurezze di
una vita in schiavitù.
Il
cap. 10 concentra l'attenzione sulla bocca e sulla lingua che spesso
sono fonte di liti, maldicenze che guastano la tranquillità del
villaggio. Anche le chiacchiere inutili, il cicaleccio non giova alle
buone relazioni tra le persone. Per la cultura ebraica le parole sono
un nutrimento per l'uomo, purché non dette a vanvera. Il vangelo di
Matteo riprenderà questo tema. Inoltre vi è la raccomandazione (v.
17) ad assumersi la difficile arte del correggere.
Guido Allice