Nel corteo che ha attraversato Barriera di Milano, la sua assenza l'hanno notata eccome. Tra le quasi duecento persone che hanno sfilato contro il terrorismo, camminando per corso Vercelli dietro lo striscione «#notinmyname», che ha visto in prima fila tra gli organizzatori la moschea di via Sesia, non si è visto don Michele Babuin, il nuovo parroco della chiesa Nostra Signora della Pace di corso Giulio Cesare. «Ovviamente, sono a favore di qualsiasi iniziativa contro la guerra - racconta lui, il responsabile della parrocchia più importante del quartiere -, ma non condividendo la modalità dell'iniziativa, ho preferito non partecipare. E non capisco perché, noi cattolici, dobbiamo far entrare i musulmani in chiesa, quando loro non fanno lo stesso nelle loro moschee».
#notinmyname
La marcia per la pace di Barriera di Milano era nata con altri presupposti. «Vogliamo opporci al terrorismo senza cedere alla paura. Soprattutto, in questo quartiere dove gli stranieri sono un quarto dei residenti», aveva spiegato, alla presentazione dell'iniziativa, Francesco Vercillo, presidente del circolo «Banfo» di via Cervino. Seduti allo stesso tavolo, nella nuova sede dell'associazione italoegiziana Cleopatra, i responsabili della parrocchia Maria Speranza Nostra di via Chatillon e la moschea di via Sesia. I due principali luoghi di culto del borgo, i luoghi di partenza e di arrivo della manifestazione organizzata «per unire cristiani e musulmani».
La marcia ha radunato i rappresentati di molte associazioni del territorio, l'Arci, la Cgil, le chiese battiste, il centro culturale Dar Al Hikma e i rappresentati della federazione islamica italiana guidata dall'imam di via Sesia, Mohammed Bahreddine. Che nel pomeriggio di giovedì, con i rappresentati degli altri centri di culto islamici, aveva incontrato il sindaco Fassino per discutere di uno storico «patto di condivisione». Una riunione storica che ha gettato le basi per la marcia di Barriera di Milano, partita dall'oratorio di via Chatillon dove il parroco "Baba" Godfrey e l'imam hanno fatto una preghiera comune.
«Meglio in piazza»
«Sono stato avvertito dell'iniziativa, ma avevo comunicato che non avrei preso parte alla marcia», dice don Michele Babuin. «Se l'avessi organizzata io, avrei scelto altri luoghi per far incontrare i musulmani e i cattolici – aggiunge il parroco della Pace -. Un luogo pubblico, una piazzetta. Non un luogo di culto. Tanto meno una chiesa». Per quale motivo? «Aderiamo ai messaggi di pace, ma è necessario essere chiari: abbiamo un dio diverso». Una presa di posizione netta, anticipata il giorno prima in Circoscrizione. Il vicepresidente Rocco Zito (Moderati), responsabile dell'area sportiva della Pace che ha il 40% di ragazzini di origine straniera, ha preferito non votare per «ragioni personali» un documento bipartisan di solidarietà con la marcia. «Sarà stato distratto», dice il presidente, Nadia Conticelli. Che poi cerca di abbassare i toni delle polemiche. «Il percorso di dialogo tra le comunità va avanti - dice -. I tanti attestati di stima hanno più peso delle assenze».
Come l'incontro di mercoledì, organizzato dai Bagni Pubblici di via Agliè. Un dialogo tra culture diverse che partirà da un'esibizione dal titolo «Je suis responsable». «Sarebbe bello avere con noi don Michele – dicono dalla case del quartiere -: un bel segnale per ricominciare a guardare al futuro».
Paolo Coccorese
(La Stampa 5 dicembre)
#notinmyname
La marcia per la pace di Barriera di Milano era nata con altri presupposti. «Vogliamo opporci al terrorismo senza cedere alla paura. Soprattutto, in questo quartiere dove gli stranieri sono un quarto dei residenti», aveva spiegato, alla presentazione dell'iniziativa, Francesco Vercillo, presidente del circolo «Banfo» di via Cervino. Seduti allo stesso tavolo, nella nuova sede dell'associazione italoegiziana Cleopatra, i responsabili della parrocchia Maria Speranza Nostra di via Chatillon e la moschea di via Sesia. I due principali luoghi di culto del borgo, i luoghi di partenza e di arrivo della manifestazione organizzata «per unire cristiani e musulmani».
La marcia ha radunato i rappresentati di molte associazioni del territorio, l'Arci, la Cgil, le chiese battiste, il centro culturale Dar Al Hikma e i rappresentati della federazione islamica italiana guidata dall'imam di via Sesia, Mohammed Bahreddine. Che nel pomeriggio di giovedì, con i rappresentati degli altri centri di culto islamici, aveva incontrato il sindaco Fassino per discutere di uno storico «patto di condivisione». Una riunione storica che ha gettato le basi per la marcia di Barriera di Milano, partita dall'oratorio di via Chatillon dove il parroco "Baba" Godfrey e l'imam hanno fatto una preghiera comune.
«Meglio in piazza»
«Sono stato avvertito dell'iniziativa, ma avevo comunicato che non avrei preso parte alla marcia», dice don Michele Babuin. «Se l'avessi organizzata io, avrei scelto altri luoghi per far incontrare i musulmani e i cattolici – aggiunge il parroco della Pace -. Un luogo pubblico, una piazzetta. Non un luogo di culto. Tanto meno una chiesa». Per quale motivo? «Aderiamo ai messaggi di pace, ma è necessario essere chiari: abbiamo un dio diverso». Una presa di posizione netta, anticipata il giorno prima in Circoscrizione. Il vicepresidente Rocco Zito (Moderati), responsabile dell'area sportiva della Pace che ha il 40% di ragazzini di origine straniera, ha preferito non votare per «ragioni personali» un documento bipartisan di solidarietà con la marcia. «Sarà stato distratto», dice il presidente, Nadia Conticelli. Che poi cerca di abbassare i toni delle polemiche. «Il percorso di dialogo tra le comunità va avanti - dice -. I tanti attestati di stima hanno più peso delle assenze».
Come l'incontro di mercoledì, organizzato dai Bagni Pubblici di via Agliè. Un dialogo tra culture diverse che partirà da un'esibizione dal titolo «Je suis responsable». «Sarebbe bello avere con noi don Michele – dicono dalla case del quartiere -: un bel segnale per ricominciare a guardare al futuro».
Paolo Coccorese
(La Stampa 5 dicembre)