lunedì 18 gennaio 2016

L’educazione del papà cinese

«Per i maschi cinesi - dice il professor Fang Gang, docente di sessuologia all'università di Pechino - il problema più imbarazzante resta però la vergogna. Apparire materni è un marchio di debolezza, collaborare agli impegni domestici è il certificato di una sottomissione sessuale. La maggioranza degli iscritti continua a chiedere anonimato e riservatezza».
Altri istituti, caldeggiati dalle autorità comuniste, si concentrano sulla formazione di "partner rispettosi e padri esemplari". I corsi durano tre giorni e spiegano ai maschi «come si parla e come ci si comporta in una famiglia contemporanea». La prima regola è «non menare le mani», la seconda è «rinunciare alla scurrilità». Per la generazione dei "figli unici", assuefatti agli abusi della propria dittatura da "piccoli imperatori", apprendere il rispetto degli altri è uno shock. Negli ultimi quarant'anni hanno reagito a calci e a pugni ad ogni confronto famigliare, imponendo il ricatto della propria rarità.
Per secoli il maschio cinese si è sentito padrone della femmina, ancora usata a letto, in casa e in campagna. L'addio a quello che il "Quotidiano del Popolo" ha definito «l'impero assoluto del maschio», con il boom dei corsi di Stato di "morale maschile", è così davvero una rivoluzione. La svolta, a fine dicembre. L'Assemblea nazionale del popolo, oltre ad approvare in via definitiva la fine della politica del figlio unico, ha varato per la prima volta una legge contro "ogni forma di violenza domestica", estesa sia al coniuge che al convivente.
Per la Cina, fondata sulla piramide del patriarcato confuciano, è una data storica. Saranno considerati reato gli abusi fisici, ma pure quelli psicologici: gli ordini di protezione personale dovranno essere eseguiti dalla polizia entro 72 ore dalla denuncia, depositabile anche da vicini e associazioni. «Ufficialmente - ha detto Han Xiaowu, membro del Comitato permanente del partito-Stato - la violenza contro le donne nel nostro Paese nemmeno esisteva. Il passo più difficile è stato ammettere il dramma sommerso della discriminazione, sofferta e taciuta dalle vittime».
Una tragedia umiliante anche all'interno dell'Asia, dove il maschilismo resta la normalità dei rapporti sociali. Una donna su quattro in Cina è vittima di abusi. Nove mogli su dieci vengono picchiate dai mariti. Su centinaia di milioni di atti di violenza domestica, non più di 40-50mila vengono denunciati ogni anno. Una ricerca dell'Accademia delle scienze, appena resa pubblica, rivela che nell'88,3% dei casi si tratta di uomini che pestano quotidianamente le compagne: il 7,5% dei ricoveri riguarda figli picchiati dai genitori, l'1,3% anziani malmenati dagli eredi. «La nuova legge - dice Guo Linmao, membro del Congresso nazionale del popolo - per ora non tutela le coppie gay, realtà ancora tabù. La strada però adesso è aperta e la società cinese, reduce dagli aborti forzati, da un quarto di donne-schiave e dal reato di omosessualità, si appresta a cambiamenti epocali». Che "l'impero del maschio cinese" vacillasse, lo si è capito cinque anni fa.
Gianpaolo Visetti

(la Repubblica 6 gennaio)