Il cammino storico è plurale
Il movimento di Gesù ha vissuto fasi successive: " Una prima fase si ha quando il movimento di Gesù era parte dell'ebraismo. Ciò avviene con Gesù e i primi gruppi cristiani e ci è testimoniato negli strati più antichi della tradizione evangelica e nelle lettere autentiche di Paolo. Una seconda fase si verifica nei decenni in cui il cristianesimo si costituisce come religione diversa dall'ebraismo..." (Mauro Pesce, Annali di storia dell'esegesi 14/ 1997, pag. 27). Gesù non si è mai considerato esterno o superiore al giudaismo: "Egli intende sollecitare il giudaismo in sé, senza che esca da sé, a ritrovare i propri fondamenti, a porre in atto il rinnovamento necessario" (M. Sachot). Lo stesso Autore dice che "Gesù enuncia il perfezionamento del giudaismo... Non contrappone al giudaismo qualcosa di altro da sé". Chi va alle radici, chi cerca i fondamenti, chi è affamato di fedeltà certamente guarda oltre, guarda a quella ulteriorità, a quel compimento, a quell'oltrepassamento che non è stacco, rottura o uscita dalla propria tradizione, ma desiderio di viverla fino alle sue estreme possibilità, di far fruttificare pienamente ciò che è nelle sue viscere e non ha ancora dato i suoi frutti. Comunque "la ricerca storica moderna ha messo ormai chiaramente in luce come alle sue origini il movimento cristiano non fosse altro che uno dei tanti 'giudaismi', cioè gruppi o movimenti religiosi spesso in conflitto l'uno con l'altro, che formavano il grande caleidoscopio del mondo giudaico all'inizio della nostra era" ( A. Sacchi, Rivista biblica, 1/2000, pag. 111).
Esiste dunque alle nostre spalle un cammino storico in cui ogni filone aveva una varietà di espressioni che non bisognerebbe né ignorare né sopprimere. Questo ci aiuta ad accogliere anche oggi un volto molteplice del cristianesimo Senza reciproche scomuniche anche all'interno di un confronto serrato.
Noi invece, specialmente a partire dal concilio di Nicea (325), abbiamo cominciato a creare dei "paletti": chi è fuori e chi è dentro la sana dottrina (ortodossia). "Se si volessero giudicare tutti i cristiani dell'età prenicena alla luce del concilio di Nicea (e delle sue interpretazioni), sarebbero eretici (almeno dal punto di vista materiale) non soltanto i giudeocristiani, ma anche quasi tutti i Padri della chiesa greci; essi, infatti, insegnarono con tutta naturalezza una subordinazione del 'Figlio' rispetto al 'Padre', che secondo il successivo criterio della definizione equiparatrice di una 'uguaglianza di sostanza', stabilito dal Concilio di Nicea, è da considerarsi eretica. Di fronte a questa situazione non si può evitare il seguente interrogativo: se invece del Nuovo Testamento si vuole elevare a criterio semplicemente il concilio di Nicea, chi nella chiesa antica dei primi secoli
era ancora ortodosso? (H. Kung, Cristianesimo, Rizzoli, p. 112). Ecco perché l'apertura al "molteplice" è la strada maestra sia per essere fedeli alla storia, sia per la lettura delle Scritture, sia per l'interpretazione di alcune formule bibliche, sia per leggere correttamente la tradizione cristiana, sia per una dimensione ecumenica dell'esperienza di fede.
Ma è il dogma il vero nemico del pluralismo.
Franco Barbero, 2001
Il movimento di Gesù ha vissuto fasi successive: " Una prima fase si ha quando il movimento di Gesù era parte dell'ebraismo. Ciò avviene con Gesù e i primi gruppi cristiani e ci è testimoniato negli strati più antichi della tradizione evangelica e nelle lettere autentiche di Paolo. Una seconda fase si verifica nei decenni in cui il cristianesimo si costituisce come religione diversa dall'ebraismo..." (Mauro Pesce, Annali di storia dell'esegesi 14/ 1997, pag. 27). Gesù non si è mai considerato esterno o superiore al giudaismo: "Egli intende sollecitare il giudaismo in sé, senza che esca da sé, a ritrovare i propri fondamenti, a porre in atto il rinnovamento necessario" (M. Sachot). Lo stesso Autore dice che "Gesù enuncia il perfezionamento del giudaismo... Non contrappone al giudaismo qualcosa di altro da sé". Chi va alle radici, chi cerca i fondamenti, chi è affamato di fedeltà certamente guarda oltre, guarda a quella ulteriorità, a quel compimento, a quell'oltrepassamento che non è stacco, rottura o uscita dalla propria tradizione, ma desiderio di viverla fino alle sue estreme possibilità, di far fruttificare pienamente ciò che è nelle sue viscere e non ha ancora dato i suoi frutti. Comunque "la ricerca storica moderna ha messo ormai chiaramente in luce come alle sue origini il movimento cristiano non fosse altro che uno dei tanti 'giudaismi', cioè gruppi o movimenti religiosi spesso in conflitto l'uno con l'altro, che formavano il grande caleidoscopio del mondo giudaico all'inizio della nostra era" ( A. Sacchi, Rivista biblica, 1/2000, pag. 111).
Esiste dunque alle nostre spalle un cammino storico in cui ogni filone aveva una varietà di espressioni che non bisognerebbe né ignorare né sopprimere. Questo ci aiuta ad accogliere anche oggi un volto molteplice del cristianesimo Senza reciproche scomuniche anche all'interno di un confronto serrato.
Noi invece, specialmente a partire dal concilio di Nicea (325), abbiamo cominciato a creare dei "paletti": chi è fuori e chi è dentro la sana dottrina (ortodossia). "Se si volessero giudicare tutti i cristiani dell'età prenicena alla luce del concilio di Nicea (e delle sue interpretazioni), sarebbero eretici (almeno dal punto di vista materiale) non soltanto i giudeocristiani, ma anche quasi tutti i Padri della chiesa greci; essi, infatti, insegnarono con tutta naturalezza una subordinazione del 'Figlio' rispetto al 'Padre', che secondo il successivo criterio della definizione equiparatrice di una 'uguaglianza di sostanza', stabilito dal Concilio di Nicea, è da considerarsi eretica. Di fronte a questa situazione non si può evitare il seguente interrogativo: se invece del Nuovo Testamento si vuole elevare a criterio semplicemente il concilio di Nicea, chi nella chiesa antica dei primi secoli
era ancora ortodosso? (H. Kung, Cristianesimo, Rizzoli, p. 112). Ecco perché l'apertura al "molteplice" è la strada maestra sia per essere fedeli alla storia, sia per la lettura delle Scritture, sia per l'interpretazione di alcune formule bibliche, sia per leggere correttamente la tradizione cristiana, sia per una dimensione ecumenica dell'esperienza di fede.
Ma è il dogma il vero nemico del pluralismo.
Franco Barbero, 2001