venerdì 18 marzo 2016

IL GIOVEDI' SANTO: UNA MEDITAZIONE TEOLOGICA

Nella tradizione cattolica ufficiale il giovedì precedente la Pasqua viene chiamato "giovedì santo" perché segna la data della istituzione dell'eucarestia e la fondazione del sacerdozio con il potere esclusivo di presiedere e di "consacrare l'eucarestia".
Insomma, dal catechismo infantile fino al giorno della mia "ordinazione sacerdotale", non mi sfiorò mai il dubbio: ero sicuro che nell'eucarestia mangiavo il corpo di Cristo. Quando, da giovane prete, il ministero mi richiedeva di celebrare la messa in più posti, mi succedeva di mangiare il corpo di Cristo anche tre volte nello stesso giorno.
Lo stesso Gesù, sempre secondo la teologia che avevo studiato, se ne stava chiuso a chiave in migliaia di tabernacoli....E questo Gesù, realmente presente nelle ostie consacrate, era da adorare in solenni processioni.
Nella teologia ufficiale questo Gesù era Dio, consustanziale al Padre, Dio vero da Dio vero...Quindi andava a finire che mi mangiavo Dio perché, secondo Calcedonia, le due nature erano inseparabili in Gesù. Paradossalmente, per quanto la teologia tradizionale mi avesse pervaso fin nelle ossa, questo pensiero di digerire Dio mi creò alcuni primi dubbi.
Per due settimane nell'anno 1965 trovai davanti ai miei confratelli alcuni futili motivi per sospendere personalmente la celebrazione della "messa quotidiana". Non osavo manifestare il mio tormento interiore e non possedevo ancora una conoscenza biblica e teologica con cui poter guardare oltre il dogma.
In quegli anni parecchi di noi sacerdoti della città celebravamo dalle 6,30 alle 8.00 la messa, ciascuno per conto proprio, agli altari laterali della cattedrale di Pinerolo.
Già....ognuno per conto proprio.... Ma quelle parole "questo è il mio corpo, questo è il mio sangue", operavano, secondo la teologia che avevo nel sangue, la ben nota transustanziazione.
Conoscevo a memoria le parole del Concilio di Trento che nel XVI secolo aveva sentenziato: nell'eucarestia si "opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo....Cristo è tutto e integro presente in ciascuna specie, perciò la frazione del pane non divide Cristo"( Concilio di Trento e catechismo della chiesa cattolica numero 1376-1377).
Questo dogma cattolico progressivamente cominciò a sembrarmi repellente, imparentato con il cannibalismo.
L'adorazione eucaristica non trovava riscontro nelle parole di Gesù: "prendete e mangiate". Però mi ci vollero anni di ricerca, di incertezze per passare, con documentazione biblica e storica, dalla dottrina della transustanziazione alla teologia della memoria.
La mia ignoranza del percorso storico e del dibattito che attraversò i secoli rispetto alla "cena del Signore", mi impedì di compiere più velocemente il passaggio. Soltanto negli anni 70 del secolo scorso la lettura assidua delle ricerche bibliche e storiche sul tema dell'eucarestia mi aiutò ad approfondire le dimensioni di questo prezioso dono che Gesù di Nazareth ci lasciò e che le comunità primitive valorizzarono.
Come e con moltissimi cattolici e cristiani, penso, da molto tempo, che non si tratti di mangiare Gesù, ma di metabolizzare, di fare nostri il suo messaggio e la sua pratica di vita. Se non metto dentro di me, se non mi converto alla strada di Gesù, non lo incontro, non faccio comunione con lui, anche se ricevo mille comunioni...
La memoria che compiamo insieme in tante parrocchie e comunità ci ripropone sempre questa domanda: " Davvero ricordiamo Gesù in questo spezzare il pane per mettere la sua fiducia in Dio e la sua prassi di condivisione nella nostra vita?". Non c'è nessuno che possa operare la magia della transustanziazione, ma ogni comunità può sentirsi commensale del Risorto e può, attraverso la memoria di Gesù, accogliere l'invito di Dio a diventare operai nella vigna del mondo e della chiesa.
Dedico questa breve riflessione a tutte le numerose comunità con cui celebro l'eucarestia e a quei fratelli e sorelle che, come è successo e succede ancora a me, cercano ogni giorno di scoprire i doni di Dio ed esperimentano la lentezza del viaggio e la gioia di una fede liberante.
Don Franco Barbero