ROMA. «Siamo felici, emozionati, talmente tanto che non riusciamo neanche a parlare». I due uomini, Fabio e Andrea (i nomi sono di fantasia, ndr), riconosciuti, entrambi, e definitivamente, papà del loro piccolo, non riescono ancora a credere a quello che è loro successo. Non riescono a credere di essere arrivati nel giro di poco più di un anno al traguardo in cui tanto speravano. Di essere diventati, anche per la legge italiana, entrambi padri di quel bambino che tanto amano e che ormai e ragione della loro vita.
Fabio e Andrea si conoscono all'università. Dopo la laurea lavorano per un periodo nella stessa azienda. Qui la loro amicizia si trasforma in una relazione sentimentale. Entrambi hanno avuto lunghe relazioni eterosessuali. Vanno a convivere e subito sentono, forte, il desiderio di avere un figlio. Ne parlano con gli amici, si informano, chiedono consigli, cercando di capire quale sia la strada migliore per un progetto di vita così importante e impegnativo.
Dopo sette anni di convivenza Fabio e Andrea vanno in Canada, Paese che li convince perché è quello che «maggiormente garantisce i diritti alle coppie omosessuali e soprattutto proibisce la maternità surrogata con finalità commerciali, ammettendo solo quella su base volontaria», come si legge nella sentenza. Qui è possibile «utilizzare l'utero di una donna per la gestazione, una volta che l'ovulo era stato fecondato in vitro, senza corrispondere alcuna somma di denaro alla gestante». I due conoscono la futura madre surrogata e iniziano a frequentarla, vanno a trovarla durante la gestazione e, una volta nato il figlio, restano due mesi in Canada. Quando il bimbo nasce è proprio Andrea, il padre non biologico, a prenderlo in braccio per primo e a tagliare il cordone ombelicale. Quando rientrano in Italia, Fabio, Andrea e il piccolo, vengono accolti con grande calore da tutti i parenti, «perché la nostra è una famiglia come le altre». Il bimbo viene battezzato nella parrocchia del quartiere in cui vivono.
Al piccolo fin da subito viene raccontato tutto: conosce la donna che l'ha partorito e i suoi familiari, e con lei si vede e si parla spesso via Skype. E' un bimbo «dinamico, attivo, loquace, sereno». E soprattutto considera entrambi gli uomini le sue figure di riferimento genitoriale.
«Anche questa volta» spiega la legale di Fabio e Andrea, Sara Menichetti, «seguendo i principi ispiratori della giurisprudenza di Strasburgo, la giudice Cavallo ha garantito l'interesse superiore del minore. Che è poi l'unica cosa che conta». (r.cap)
(La Repubblica 22 marzo)
Fabio e Andrea si conoscono all'università. Dopo la laurea lavorano per un periodo nella stessa azienda. Qui la loro amicizia si trasforma in una relazione sentimentale. Entrambi hanno avuto lunghe relazioni eterosessuali. Vanno a convivere e subito sentono, forte, il desiderio di avere un figlio. Ne parlano con gli amici, si informano, chiedono consigli, cercando di capire quale sia la strada migliore per un progetto di vita così importante e impegnativo.
Dopo sette anni di convivenza Fabio e Andrea vanno in Canada, Paese che li convince perché è quello che «maggiormente garantisce i diritti alle coppie omosessuali e soprattutto proibisce la maternità surrogata con finalità commerciali, ammettendo solo quella su base volontaria», come si legge nella sentenza. Qui è possibile «utilizzare l'utero di una donna per la gestazione, una volta che l'ovulo era stato fecondato in vitro, senza corrispondere alcuna somma di denaro alla gestante». I due conoscono la futura madre surrogata e iniziano a frequentarla, vanno a trovarla durante la gestazione e, una volta nato il figlio, restano due mesi in Canada. Quando il bimbo nasce è proprio Andrea, il padre non biologico, a prenderlo in braccio per primo e a tagliare il cordone ombelicale. Quando rientrano in Italia, Fabio, Andrea e il piccolo, vengono accolti con grande calore da tutti i parenti, «perché la nostra è una famiglia come le altre». Il bimbo viene battezzato nella parrocchia del quartiere in cui vivono.
Al piccolo fin da subito viene raccontato tutto: conosce la donna che l'ha partorito e i suoi familiari, e con lei si vede e si parla spesso via Skype. E' un bimbo «dinamico, attivo, loquace, sereno». E soprattutto considera entrambi gli uomini le sue figure di riferimento genitoriale.
«Anche questa volta» spiega la legale di Fabio e Andrea, Sara Menichetti, «seguendo i principi ispiratori della giurisprudenza di Strasburgo, la giudice Cavallo ha garantito l'interesse superiore del minore. Che è poi l'unica cosa che conta». (r.cap)
(La Repubblica 22 marzo)
