QOHELET
fare memoria di Dio
fare memoria di Dio
E' possibile godere la vita anche quando si infrangono i deliri giovanili di onnipotenza e si devono fare i conti con il decadimento, la vecchiaia e la morte? Con uno dei poemi più belli dell'intero libro, il Qohelet prova a rispondere, rivolgendosi al giovane, a cui poco prima aveva suggerito di godere appieno della vita, senza lasciare che il senso della fragilità umana e della morte gettino ombre cupe sul presente.
A costui dice: Ricordati del tuo Creatore. Ricordatene nei giorni buoni, quelli della tua forza creativa, della tua energia vitale, prima che arrivino i giorni cattivi, quelli dove il gusto per la vita e l'entusiasmo vengono meno, a causa della vecchiaia. Il corpo, in quella stagione, diviene come un palazzo fatiscente. Sempre meno comodo da abitare. Le cose non funzionano più bene, fino a rompersi, senza poterle aggiustare.
La vita si consuma, spegnendosi lentamente e il poema canta, o meglio piange, il decadimento del corpo con una serie di immagini: i guardiani della casa (le mani? le costole?) tremano, gli uomini forti (le braccia? le spalle? le gambe? ) si piegano, le macine (i denti? lo stomaco?) si fermano perché sono rimaste in poche, quelli che guardano dalle finestre (gli occhi?) si oscurano, i battenti delle porte (gli orecchi? la bocca?) si chiudono perché diminuisce il rumore della macina (12,3-4). Nei momenti di forza, prima che tutto ciò accada, il nostro saggio invita a fare memoria di Dio. Non di un dio generico, ma del «tuo Creatore» (unico riferimento così intimo a Dio, in tutto il libro). Prima che il corpo decada e con esso si infranga l'idea che la creazione sia bella e buona, tu ricordati di quel Dio personale, del tuo Creatore, di Colui che ti ha fatto in modo meraviglioso. Ricordatene prima che vada perduto quanto di prezioso riserva la vita. Quando il cordone d'argento si stacca, il vaso d'oro si spezza, la brocca si rompe sulla fonte (12,6). Normalmente, siamo più propensi a pensare a Dio nei momenti di fragilità, quando la vita manifesta i suoi limiti, quando la nave dell'esistenza, che ha affrontato tante tempeste, mostra le sue falle: allora ci rivolgiamo a Dio perché la ripari. E' il «Dio tappabuchi», evocato da Bonhoeffer. Per Qohelet, invece, non è cosi. Egli intuisce che, se nei giorni della tua forza non riconosci in Dio il tuo Creatore, ti sarà più difficile, quando sarai vecchio, attingere a Dio come ad acqua sorgiva. Non perché Dio sarà assente dal tuo orizzonte; probabilmente, nella debolezza ti ricorderai di Lui; ma a quel punto Egli ti apparirà solo come un consolatore, una stampella, in funzione di tappabuchi, appunto.
Qohelet, che ci ha insegnato che esiste un tempo per ogni cosa, applica la medesima sapienza dei tempi al rapporto con Dio. Il momento giusto per ricordarti del Creatore è quando ti senti in forza, e non ti viene da interrogarti sulle origini di questa energia; quando generi vita, e non ti fermi a pensare a chi ti ha generato. Esiste un'affinità elettiva tra il tempo della creatività umana e la percezione di un Creatore, quale sorgente e mistero del mondo. Nulla, però, di automatico. Anzi, nel pieno delle forze, si è presi dalla vita e non si pensa a Colui che l'ha generata. Di qui l'imperativo: ricordati. Imprimi nel cuore questa immagine, finché sei giovane e parli la lingua della creatività; perché, in seguito, la vita instillerà il sospetto che tutto torna al caos, che la realtà è destinata alla corruzione.
Nell'orizzonte di una fede tutta giocata sul «penultimo», sotto il sole, non esiste via di fuga rispetto alle contraddizioni della vita, dal momento che con la morte la polvere torna alla terra e lo spirito a quel Dio che lo ha dato (12,7). In questo orizzonte, la vita è una cosa seria, da vivere bene in tutte le stagioni, anche nei giorni cattivi, laddove può venirci in soccorso solo il ricordo di averne gustato il succo e di aver intuito la sorgente di ogni bontà e bellezza nel Creatore. L'imperativo suggerito dal Qohelet, dunque, prova a curare due eclissi della memoria: quella giovanile, di chi si sente invincibile, onnipotente; e quella dell'anziano che, indebolito dalla vita, non ricorda più i giorni assaporati, perdendo la consapevolezza di essere prezioso, una creatura fatta in modo meraviglioso.
La memoria di un Dio può illuminare l'aria cupa della vecchiaia, a patto di aver deposto ne cuore, fin dalla giovinezza, l'intuizione che all'origine di tutto ci sia un Creatore, che ha dato forma al mondo, che ci ha desiderati e voluti. La consapevolezza che «in principio» non ci sia il caos ed il caso ma il progetto e la cura di un Artista creativo, capace di dare forma alla realtà, quella consapevolezza che balena quando sperimentiamo nei nostri corpi l'energia creativa, e la forza necessaria per non soccombere, quando tutto inizia a rompersi. Poter fare memoria del proprio Creatore significa essere in grado di continuare a scommettere sulla bontà del creato e credere nella vita, anche nei giorni bui. Una fede che niente, neppure la vecchiaia e la morte, possono distruggere.
Lidia Maggi
(Rocca, 15 marzo)