CARI
AMICI,
ogni
volta che penso alla Pasqua, mi confronto, inevitabilmente, con la
realtà della morte, ma non nel senso naturale, e ovvio, del dovere
morire tutti, anch'io, bensì con la morte data dalla mano dell'uomo,
così come avvenne per Gesù di Nazareth. Con le parole inserite in
un colloquio di un gustoso e istruttivo romanzo potremmo dire così:
“La
morte, in certo senso, è il culmine della vita, sia che giunga
troppo presto, sia al momento giusto, se ce n'è uno. Non intendo
l'apice della fortuna, ma il punto dal quale tutta la propria vita
appare nella sua vera luce. È allora che si deve giudicare, una
volta per tutte, se è stata degna di essere vissuta. Non siete
d'accordo con me? Non trovate che la morte sia la misura della
vita?”.
“No”,
risposi. “È la condanna a morte, la misura della vita.”
(Bjorn Larsson, La
vera storia del pirata Long John Silver,
Iperborea, 1998, p. 362).
Gesù
di Nazareth è stato condannato a morte, e crocifisso. Ciò che è
avvenuto per lui - e per tanti altri testimoni della Verità -
avviene continuamente. Continuamente si tradisce, si vende, si
abbandona, si uccide: e questa è la nostra sconfitta. Come
affermava, poco tempo fa, in un libro di amore e di critica alla
Chiesa, Ermanno Olmi:
“Ancora
una volta, come dopo quella notte nel Getsemani, qualcuno ha tradito.
Ancora una volta, su tutti i Monti degli Ulivi, Gesù è stato
sconfitto. Siamo tutti degli sconfitti”
(in
Lettera
ad una Chiesa che ha dimenticato Gesù, Piemme,
2013, p. 11).
Assumere
la sconfitta dell'uomo il quale compie il male e rovina la storia, a
me pare che sia la nostra odierna difficoltà e il nostro dramma più
profondo. Almeno di noi che abbiamo avuto fiducia nell'uomo, oltre
che, per molti di noi, in Dio.
Ora
che fare? Ritorna, e giustamente, la domanda di sempre.
Come
vivere, per stare al senso di questo specifico Augurio, la Pasqua, il
passaggio?
Offro
alcune indicazioni, valide almeno per me. Le traggo da alcune
suggestioni di lettura, filtrate, ovviamente, dalla mia esperienza e
lunga riflessione.
Primo:
comprendere
ciò che ci opprime
Partiamo
dalle parole di una testimone del drammatico '900 che (non) ci siamo
lasciati alle spalle:
“È
talmente importante comprendere ciò che ci opprime. È forse questo
che si può chiamare 'esistere'”
(Germaine
Tillion, Alla
ricerca del vero e del giusto,
Medusa, 2006, p. 30).
Noi
non ci accontentiamo solo di vivere, o di sopravvivere, per fortuna.
Vogliamo 'esistere'. Altrimenti non ne vale la pena. Cristo l'ha
dimostrato. Fino a trentatré anni.
Secondo:
liberarci
Franco
Michieli, amico geografo ed esploratore che insegna a muoverci nella
natura senza strumenti tecnologici di alcun genere, ci offre un
notevole pensiero, che può diventare uno stile di vita pasquale,
ossia liberante, “salvifico”.
E questo al di là delle apparenze, ossia al di là della nostra
spasmodica - e lo sappiamo quanto lo è oggi - ricerca di
“sicurezza”:
“Per
farci raggiungere da ciò che ci manca, dobbiamo liberarci di
qualcosa di troppo che per abitudine portiamo con noi. Non si tratta
solo di beni personali, ma piuttosto di oggetti, servizi, illusioni
che nel nostro ambiente possediamo quasi tutti. Chi manca di qualcosa
di considerato indispensabile nella società in cui vive ha più
possibilità di intravedere ciò che è davvero essenziale, o che
talvolta può essere addirittura salvifico. Portare su di sé una
diversità, una anomalia, un di meno - che può voler dire sentirsi
un po' persi - significa spesso incontrare una chiave di lettura
utile che la presunta normalità non lascia vedere”
(La
vocazione di perdersi,
Ediciclo, 2015, p. 84).
Terzo:
agire
L'azione
è
un passaggio obbligato nel cammino della libertà: così insegnava in
una sua famosa poesia - Stazioni
sulla via della libertà
- l'amato Dietrich Bonhoeffer (“solo
nell'azione è la libertà”).
Quell'azione
responsabile,
di cui parlava il teologo-testimone,
può
assumere molti volti, tutti, comunque, uniti dalla disponibilità,
pasquale, alla testimonianza. Così scriveva il letterato
antifascista vicentino Antonio Barolini in una lettera, del 7
febbraio 1956, all'amico e ispiratore Aldo Capitini:
“Il
problema religioso resta soltanto azione; e non apostolato, ma azione
disinteressata che penetra e si effonde soltanto per la sua evidenza.
L'azione che è preghiera e predicazione e penetrazione del regno dei
cieli e offerta di questo, anche dell'errore”
(in a cura di Teodolinda Barolini, Antonio
Barolini. Cronistoria di un'anima. Atti dei Convegni di New York e di
Vicenza nel centenario della nascita,
Società Editrice Fiorentina - Accademia Olimpica Vicenza, 2015, p.
32).
Dunque:
“Azione
responsabile” (Bonhoeffer)
e
“azione
disinteressata (Barolini).
Anche
da “perdenti”. È possibile, è previsto. L'azione
pasquale (formula
mia) lo prevede.
Quarto:
trovare
la gioia
Concludo
il mio Augurio e queste tracce di lavoro con questa ultima
considerazione, che può diventare un'esortazione. Cerchiamo la
gioia. Proprio perché siamo sempre più tristi e infelici, dobbiamo
agire in
senso contrario (in direzione
ostinata e contraria,
potremmo dire con De André).
Credo
sia un nostro diritto e dovere.
Lele
Viola in
un suo bel libro spirituale dedicato a san Giacomo - che non
interessa solo quelli che fanno il Cammino
di Santiago -
fa dire al protagonista:
“Non
si è uniti se non c'è più gioia”
(La
vera storia di San Giacomo,
San Paolo, 2005, ediz. 2014, p. 50).
Forse
speriamo ancora, ma non abbiamo più gioia, quella gioia che,
soprattutto, ci sembrava frutto dell'unione con qualcuno
(un'amicizia, un amore) o con qualcosa (un ideale, un impegno). Ora
qualcosa si è incrinato, l'unità ci sembra non più ricomponibile,
e, con essa, è scomparsa la gioia. È vero: “Gioia
e unità sono sorelle gemelle, partita una se ne va anche l'altra”
(idem).
Ma
ho scritto: “Cerchiamo
la gioia”,
non l'unità. Non perché quest'ultima non sia da ricercarsi, anzi;
ma perché - almeno così a me sembra – è altrettanto vero che
solo se abbiamo gioia in noi stessi è più facile raggiungere
l'unità con gli altri.
Ecco,
però, che sorge la domanda: essa è come il coraggio di manzoniana
memoria (che, qualcun dice, si può “imparare”)?
È
certo, comunque, che se aumenta
in noi, e, quindi, anche in ciò che facciamo e nelle relazioni che
stabiliamo, possiamo dire che viviamo e facciamo vivere la Pasqua,
vale a dire il passaggio, la liberazione, la “risurrezione”.
Essa, infatti, è contagiosa. L'amore, che salva, ha bisogno di
gioia.
Con
questi quattro pensieri - quattro è il numero
perfetto
- vi Auguro, per il 2016, Buona Pasqua!
Un
abbraccio a tutti, senza distinzioni.
Maurizio Mazzetto