domenica 27 marzo 2016

RICEVO E PUBBLICO QUESTO AUGURIO PASQUALE

CARI AMICI,

ogni volta che penso alla Pasqua, mi confronto, inevitabilmente, con la realtà della morte, ma non nel senso naturale, e ovvio, del dovere morire tutti, anch'io, bensì con la morte data dalla mano dell'uomo, così come avvenne per Gesù di Nazareth. Con le parole inserite in un colloquio di un gustoso e istruttivo romanzo potremmo dire così:
La morte, in certo senso, è il culmine della vita, sia che giunga troppo presto, sia al momento giusto, se ce n'è uno. Non intendo l'apice della fortuna, ma il punto dal quale tutta la propria vita appare nella sua vera luce. È allora che si deve giudicare, una volta per tutte, se è stata degna di essere vissuta. Non siete d'accordo con me? Non trovate che la morte sia la misura della vita?”.
No”, risposi. “È la condanna a morte, la misura della vita.” (Bjorn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver, Iperborea, 1998, p. 362).

Gesù di Nazareth è stato condannato a morte, e crocifisso. Ciò che è avvenuto per lui - e per tanti altri testimoni della Verità - avviene continuamente. Continuamente si tradisce, si vende, si abbandona, si uccide: e questa è la nostra sconfitta. Come affermava, poco tempo fa, in un libro di amore e di critica alla Chiesa, Ermanno Olmi:
Ancora una volta, come dopo quella notte nel Getsemani, qualcuno ha tradito. Ancora una volta, su tutti i Monti degli Ulivi, Gesù è stato sconfitto. Siamo tutti degli sconfitti” (in Lettera ad una Chiesa che ha dimenticato Gesù, Piemme, 2013, p. 11).
Assumere la sconfitta dell'uomo il quale compie il male e rovina la storia, a me pare che sia la nostra odierna difficoltà e il nostro dramma più profondo. Almeno di noi che abbiamo avuto fiducia nell'uomo, oltre che, per molti di noi, in Dio.

Ora che fare? Ritorna, e giustamente, la domanda di sempre.
Come vivere, per stare al senso di questo specifico Augurio, la Pasqua, il passaggio?
Offro alcune indicazioni, valide almeno per me. Le traggo da alcune suggestioni di lettura, filtrate, ovviamente, dalla mia esperienza e lunga riflessione.

Primo: comprendere ciò che ci opprime
Partiamo dalle parole di una testimone del drammatico '900 che (non) ci siamo lasciati alle spalle:
È talmente importante comprendere ciò che ci opprime. È forse questo che si può chiamare 'esistere'” (Germaine Tillion, Alla ricerca del vero e del giusto, Medusa, 2006, p. 30).
Noi non ci accontentiamo solo di vivere, o di sopravvivere, per fortuna. Vogliamo 'esistere'. Altrimenti non ne vale la pena. Cristo l'ha dimostrato. Fino a trentatré anni.



Secondo: liberarci
Franco Michieli, amico geografo ed esploratore che insegna a muoverci nella natura senza strumenti tecnologici di alcun genere, ci offre un notevole pensiero, che può diventare uno stile di vita pasquale, ossia liberante, “salvifico”. E questo al di là delle apparenze, ossia al di là della nostra spasmodica - e lo sappiamo quanto lo è oggi - ricerca di “sicurezza”:
Per farci raggiungere da ciò che ci manca, dobbiamo liberarci di qualcosa di troppo che per abitudine portiamo con noi. Non si tratta solo di beni personali, ma piuttosto di oggetti, servizi, illusioni che nel nostro ambiente possediamo quasi tutti. Chi manca di qualcosa di considerato indispensabile nella società in cui vive ha più possibilità di intravedere ciò che è davvero essenziale, o che talvolta può essere addirittura salvifico. Portare su di sé una diversità, una anomalia, un di meno - che può voler dire sentirsi un po' persi - significa spesso incontrare una chiave di lettura utile che la presunta normalità non lascia vedere” (La vocazione di perdersi, Ediciclo, 2015, p. 84).

Terzo: agire
L'azione è un passaggio obbligato nel cammino della libertà: così insegnava in una sua famosa poesia - Stazioni sulla via della libertà - l'amato Dietrich Bonhoeffer (“solo nell'azione è la libertà”). Quell'azione responsabile, di cui parlava il teologo-testimone, può assumere molti volti, tutti, comunque, uniti dalla disponibilità, pasquale, alla testimonianza. Così scriveva il letterato antifascista vicentino Antonio Barolini in una lettera, del 7 febbraio 1956, all'amico e ispiratore Aldo Capitini:
Il problema religioso resta soltanto azione; e non apostolato, ma azione disinteressata che penetra e si effonde soltanto per la sua evidenza. L'azione che è preghiera e predicazione e penetrazione del regno dei cieli e offerta di questo, anche dell'errore” (in a cura di Teodolinda Barolini, Antonio Barolini. Cronistoria di un'anima. Atti dei Convegni di New York e di Vicenza nel centenario della nascita, Società Editrice Fiorentina - Accademia Olimpica Vicenza, 2015, p. 32).
Dunque:Azione responsabile” (Bonhoeffer) e “azione disinteressata (Barolini). Anche da “perdenti”. È possibile, è previsto. L'azione pasquale (formula mia) lo prevede.

Quarto: trovare la gioia
Concludo il mio Augurio e queste tracce di lavoro con questa ultima considerazione, che può diventare un'esortazione. Cerchiamo la gioia. Proprio perché siamo sempre più tristi e infelici, dobbiamo agire in senso contrario (in direzione ostinata e contraria, potremmo dire con De André).
Credo sia un nostro diritto e dovere.
Lele Viola in un suo bel libro spirituale dedicato a san Giacomo - che non interessa solo quelli che fanno il Cammino di Santiago - fa dire al protagonista:
Non si è uniti se non c'è più gioia” (La vera storia di San Giacomo, San Paolo, 2005, ediz. 2014, p. 50).
Forse speriamo ancora, ma non abbiamo più gioia, quella gioia che, soprattutto, ci sembrava frutto dell'unione con qualcuno (un'amicizia, un amore) o con qualcosa (un ideale, un impegno). Ora qualcosa si è incrinato, l'unità ci sembra non più ricomponibile, e, con essa, è scomparsa la gioia. È vero: “Gioia e unità sono sorelle gemelle, partita una se ne va anche l'altra” (idem).
Ma ho scritto: “Cerchiamo la gioia”, non l'unità. Non perché quest'ultima non sia da ricercarsi, anzi; ma perché - almeno così a me sembra – è altrettanto vero che solo se abbiamo gioia in noi stessi è più facile raggiungere l'unità con gli altri.
Ecco, però, che sorge la domanda: essa è come il coraggio di manzoniana memoria (che, qualcun dice, si può “imparare”)?
È certo, comunque, che se aumenta in noi, e, quindi, anche in ciò che facciamo e nelle relazioni che stabiliamo, possiamo dire che viviamo e facciamo vivere la Pasqua, vale a dire il passaggio, la liberazione, la “risurrezione”. Essa, infatti, è contagiosa. L'amore, che salva, ha bisogno di gioia.

Con questi quattro pensieri - quattro è il numero perfetto - vi Auguro, per il 2016, Buona Pasqua!
Un abbraccio a tutti, senza distinzioni.
Maurizio Mazzetto