martedì 19 aprile 2016

Autoreferenzialità: l'assolutizzazione dell'io

"Il soggetto autoreferenziale della postmodernità rappresenta il novum antropologico rispetto a tutta la storia umana conosciuta. L'attestarsi del desiderio come ricerca di felicità in chiave individualistica non sembra avere precedenti" (Oltre l'erba voglio, Cittadella, pag. 45).
Ovviamente questa analisi non esclude delle eccezioni, ma evidenzia "una temperie culturale dove la scelta dei fini è comandata dalla sovranità dei desideri" (Ivi, pag.l88). Lipovesky afferma addirittura che "la nuova età individualistica è riuscita nell'impresa di atrofizzare nelle coscienze stesse l'autorità dell'ideale altruista, ha decolpevolizzato l'egocentrismo e legittimato il diritto di vivere per se stessi". La sfida è netta, ma il Vangelo non ci spinge nella direzione della indistinta demonizzazione delle istanze individualiste. Tutt'altro. Si tratta piuttosto di collocare bisogni, amori, passioni, interessi, quotidianità di questo mondo dell'individuo sotto il segno della responsabilità come istanza ultima del soggetto umano e condizione assoluta di una buona convivenza.
Il Vangelo ci invita ad entrare in un sentiero sul quale siamo già stati preceduti dai profeti e da Gesù: "se uno vuol venire dietro di me, cessi di vivere per sé stesso. .   (Mt. 1624). Il teologo Armido Rizzi (Oltre l'erba voglio, Cittadella) parla di un "giardino dove l'erba voglio vive ormai solo della linfa della responsabilità, della cura dell'altro. Questo non potrà mai essere il dono di un'epoca (riedizione in peggio di un'utopia fallita); sarà, se e dove sarà, il dono maturato sulla fatica di una vita, di ogni irrepetibile vita" (pag. 248). Qui fatica, gioia e fecondità possono incontrarsi e qui nessuno è insignificante e impotente.