Il pianeta sta cambiando taglia. E si avvia a grandi passi verso l'apocalisse lipidica. Fatta di corpi debordanti, carni tremolanti, ventri prominenti. Portati a fatica come zavorre insostenibili, alimentate da appetiti insaziabili. È il destino che bussa alla porta di un mondo sempre più malnutrito. Per eccesso o per difetto. Perché i grandi obesi non sono solo sovralimentati, ma anche rimpinzati di sostanze che della nutrizione sono la deformazione ipertrofica. Ad altissimo contenuto calorico e a bassissimo valore alimentare. Simulacri del real food per un'umanità votata a una vita di infelicità e di malessere, fisico e relazionale.
In realtà gli obesi sono i nuovi paria del villaggio globale. Per un verso sono i principali finanziatori dell'industria del junk food, che li alletta e li blandisce dispiegando tutte le sue armi di persuasione. Per l'altro verso vengono additati alla pubblica condanna come onnivori compulsivi, come soggetti privi di volontà e incapaci di autocontrollo. Nonché come bombe a tempo per le casse della sanità pubblica.
Insomma, umiliati e obesi. E pure sottopagati. Come dimostrano numerose ricerche secondo le quali, a parità di competenze, di abilità e di curriculum, gli oversize guadagnano circa il 15% in meno dei normopeso. Perché lo stereotipo del grassone indolente pesa come un macigno sulla loro immagine.
Eppure quella che stiamo vivendo è anche l'era di homo dieteticus. Siamo sempre più attenti alla qualità di quel che ci mettiamo in corpo. E sempre più ossessionati dalla magrezza, che diventa una sorta di imperativo morale, una religione del corpo che considera il minimo inestetismo alla stregua di un peccato inemendabile. E al tempo stesso diventiamo ogni giorno di più cibomaniaci, choosy, filologi del gusto, gastronauti. Convivialisti selettivi, che alla tavola chiedono innovazioni, sensazioni, emozioni. Rigorosamente in microporzioni. Nanodosi di piacere esclusivo per gratificare il nostro super io etico e dietetico.
Obesi e foodies sono le due umanità parallele che vivono l'una accanto all'altra senza incrociarsi. Una sorta di apartheid fondata su peso e misura. È questo il paradosso che divide in due il pianeta come una faglia. Che non è solo quella classica che da sempre contrappone popoli ricchi, che hanno molto da mangiare, e nazioni povere, che non ne hanno abbastanza.
No, questa volta l'epidemia di obesità è trasversale e dilaga in Occidente come nei Paesi in via di sviluppo. Ma comunque non colpisce nel mucchio. Perché quella che apparentemente sembra una deformazione del corpo individuale, è lo specchio di una deformazione del corpo sociale.
Nel senso che ad essere esposti al male sono i soggetti più poveri, meno alfabetizzati, insomma i più deboli, i meno garantiti. Che se una volta erano poveri in canna e magri come acciughe, a differenza dei signori che erano ben pasciuti, adesso sono infelicemente grassi. Così il loro peso corporeo è inversamente proporzionale al loro peso sociale.
Come dire che se una volta il grande spettro era la fame oggi il fantasma che si aggira per il mondo è l'abbondanza. Sintomo di un pianeta bulimico che consuma più di quanto riesca a metabolizzare. E si ritrova a fare i conti con una insostenibile pesantezza dell'essere.
Marino Niola
(La Repubblica 1 aprile )
In realtà gli obesi sono i nuovi paria del villaggio globale. Per un verso sono i principali finanziatori dell'industria del junk food, che li alletta e li blandisce dispiegando tutte le sue armi di persuasione. Per l'altro verso vengono additati alla pubblica condanna come onnivori compulsivi, come soggetti privi di volontà e incapaci di autocontrollo. Nonché come bombe a tempo per le casse della sanità pubblica.
Insomma, umiliati e obesi. E pure sottopagati. Come dimostrano numerose ricerche secondo le quali, a parità di competenze, di abilità e di curriculum, gli oversize guadagnano circa il 15% in meno dei normopeso. Perché lo stereotipo del grassone indolente pesa come un macigno sulla loro immagine.
Eppure quella che stiamo vivendo è anche l'era di homo dieteticus. Siamo sempre più attenti alla qualità di quel che ci mettiamo in corpo. E sempre più ossessionati dalla magrezza, che diventa una sorta di imperativo morale, una religione del corpo che considera il minimo inestetismo alla stregua di un peccato inemendabile. E al tempo stesso diventiamo ogni giorno di più cibomaniaci, choosy, filologi del gusto, gastronauti. Convivialisti selettivi, che alla tavola chiedono innovazioni, sensazioni, emozioni. Rigorosamente in microporzioni. Nanodosi di piacere esclusivo per gratificare il nostro super io etico e dietetico.
Obesi e foodies sono le due umanità parallele che vivono l'una accanto all'altra senza incrociarsi. Una sorta di apartheid fondata su peso e misura. È questo il paradosso che divide in due il pianeta come una faglia. Che non è solo quella classica che da sempre contrappone popoli ricchi, che hanno molto da mangiare, e nazioni povere, che non ne hanno abbastanza.
No, questa volta l'epidemia di obesità è trasversale e dilaga in Occidente come nei Paesi in via di sviluppo. Ma comunque non colpisce nel mucchio. Perché quella che apparentemente sembra una deformazione del corpo individuale, è lo specchio di una deformazione del corpo sociale.
Nel senso che ad essere esposti al male sono i soggetti più poveri, meno alfabetizzati, insomma i più deboli, i meno garantiti. Che se una volta erano poveri in canna e magri come acciughe, a differenza dei signori che erano ben pasciuti, adesso sono infelicemente grassi. Così il loro peso corporeo è inversamente proporzionale al loro peso sociale.
Come dire che se una volta il grande spettro era la fame oggi il fantasma che si aggira per il mondo è l'abbondanza. Sintomo di un pianeta bulimico che consuma più di quanto riesca a metabolizzare. E si ritrova a fare i conti con una insostenibile pesantezza dell'essere.
Marino Niola
(La Repubblica 1 aprile )